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A Crimson Dream – Cap. 2 (fan fiction su Crimson Peak)

CAPITOLO 2 – Il ritorno

 

Il tragitto da percorrere era lungo, la nave piaceva molto ad Edith: oscillava tra l’Inghilterra e l’America, così come il suo cuore.
S’impegnava ad affrontare certi argomenti con Alan, più per prepararsi a quello che le sarebbe accaduto una volta tornata a casa.

“Non devi per forza tornare in città”, insisteva lui.
“Dove altro potrei andare, Alan?”
“Potresti andare via dalla città per un po’, ho alcuni amici a Dedham, conoscevano tuo padre e sono sicuro che se..”
“No, Alan. Non potrei, non in queste condizioni.”
“Non insisto”, disse e lei gli sfioro il viso con la stessa dolcezza di sempre. Alan sentiva che tuttavia Edith era molto diversa adesso. Pensava che fosse appassita, come un fiore stretto tra dita serrate e che prematuramente perde vigore e bellezza.

Più i giorni passavano, più l’attesa cresceva ed Edith iniziava a desiderare un rifugio lontano dai pettegolezzi che si sarebbero rincorsi veloci una volta tornata in città.
Aveva sempre odiato le chiacchiere da salotto che vivacizzavano la vita delle sue coetanee. Sapeva che nessuno di loro avrebbe mai potuto conoscere davvero la sua storia -Alan ne era a stento a conoscenza-, cosa che la irritava ancora di più: di sicuro, avevano riempito le parti mancanti con assurdità inventate al momento.
Ma poi, era davvero il caso di preoccuparsene?
Suo marito e la sorella avevano una relazione segreta, avevano ingannato e ucciso molte donne e avevano tentato di uccidere anche lei. Non era già questa stessa verità assurda?
La mente la stava ingannando, a volte riusciva ad avere una visione generale ma poi un momento dopo quella sensazione svaniva e si ritrovava nuovamente a ricomporre i pezzi della sua vita passata. Suo padre, suo marito, la sua casa. Nulla aveva senso, tutti quei fantasmi, quegli incubi.

Sta lavorando nel suo studio dandole le spalle.
“Thomas”, ma lui non risponde.
Così reale, Edith osserva i polsi di Thomas mentre le sue mani, veloci, intagliano qualcosa nel legno. “Thomas”, ogni passo più pesante del precedente. “Non riesco a muov…”, senza riuscire ad avanzare né ad indietreggiare, senza nessun controllo sui suoi muscoli. Come in un sogno e come fuori dal sogno, come in un limbo tra due realtà, senza far parte di nessuna delle due. Ad un tratto, il cadavere di una donna vestita di nero si erge davanti a lei.
“Madre!”
“Madre!”, urla più forte, ma dalla sua bocca esce un sospiro sottile.
La figura, sospesa a mezz’aria, all’improvviso solleva la testa ed il viso deforme e decomposto la fissa per qualche istante.
Il sudore cola lungo il collo e e la ragazza comprende di non avere alcuna difesa.
Il fantasma inizia ad urlare, spalanca la bocca tanto da lacerarsi la carne marcia. Fiotti di argilla rossa si spandono sul pavimento. Le lunghe dita le cingono il collo e si stringono in una morsa mortale.

A quel punto si svegliava, ogni notte.
All’inizio non ricordava molto dell’incubo, ma col tempo si rese conto che la tetra figura nel sogno era Lucille.

I fantasmi sono reali, questo lo sapeva per certo. Non si era mai soffermata molto sulla sua capacità di vederli.
Quando era piccola, dopo aver visto il fantasma della madre, ne parlò a lungo con il padre. Il signor Cushing era un uomo di ampie vedute e credeva ciecamente alle parole della figlia, così qualche tempo dopo si mise in contatto con la signora Byrne. La donna, molto famosa in città, aveva una particolare sensibilità verso gli spiriti e lo stesso signor Cushing l’aveva contattata prima della morte della moglie per mettersi in contatto con alcuni defunti.
Tra scetticismo e perplessità, in molti contattavano l’indovina e le vedove della città erano lì pronte a gridare al miracolo dopo ogni seduta. Nessuno tuttavia poté mai mettere la mano sul fuoco riguardo alla credibilità della donna. Ciononostante, il padre vi portò Edith un pomeriggio, lui rimase fuori dalla stanza e attese per circa un’ora. Non seppe mai cosa si dissero, ma la bambina non parlò più del fantasma della madre e sembrava aver ritrovato la serenità.
Ed in effetti, le parole della chiromante placarono la ricerca di risposte per molto tempo, ma si ritrovava adesso davanti a nuovi, imperiosi interrogativi che necessitavano di altrettanto imperiose risposte. Eppure aveva la sensazione che se avesse continuato a seguire quelle domande, sarebbe impazzita, ritrovandosi in un limbo a metà tra la vita e la morte.

Ma in realtà che vita mai aveva dentro di lei adesso? Che vita mai? Ne valeva la pena? Di continuare? A vivere?

♦ ♦ ♦

La casa di famiglia, un tempo calda ed accogliente, era immersa in un silenzio tombale che intirizzì Edith fin dai primi istanti in cui varcò la soglia.
Alan ebbe la premura di arredare gli interni con lo stesso mobilio appartenuto alla casa fino a poco prima della partenza della donna.
I giorni si susseguivano lentamente, volgari nella loro similarità e colmi del disprezzo della giovane.
Capitava, ogni tanto, che risvegliandosi non ricordasse nulla ed esitava nel dormiveglia fino al momento in cui nuovamente ricordava. Ripiombava così in un nostalgico torpore e distrattamente portava a termine ogni commissione in programma per il giorno.
Quell’intontimento era necessario, se soltanto lei avesse notato gli sguardi compassionevoli degli avvocati o dei domestici, allora davvero non avrebbe retto al riflesso di sé negli occhi della gente. Preferiva rimanere lì, tra i suoi pensieri crepati e rovinosi.
Prima di andare a dormire, scioglieva davanti allo specchio i suoi lunghi capelli dorati e solo a quel punto, guardando il suo viso stanco e la sua espressione vuota, comprendeva quanto il suo corpo avesse risentito del suo spirito corrotto.

Arrivò la primavera. Il sole s’intiepidiva e i venti s’assopivano quel tanto che bastava per uscire di casa all’imbrunire senza sentire il sangue raggelarsi sulla punta delle dita. Verso sera per le strade i bambini si rincorrevano e le urla inondavano le case. Già nel tardo pomeriggio nell’aria si diffondeva l’odore di patate arrosto e i boccali di birra s’alzavano in chiassosi brindisi.

In uno di questi sereni pomeriggi Alan si convinse ad invitare a cena Edith, ormai rifugiatasi in lunghi silenzi.
“Oh Alan, io…”.
“In tanti mi chiedono di te, sono tutti in pensiero e penso che ti gioverebbe”, disse con tono sostenuto.
“Cercano solo nuovi spunti di conversazione, questo sarò io per loro!”, disse Edith mentre, crucciata, si sorreggeva la fronte.

Erano seduti nello studio, la donna passava lì la maggior parte del suo tempo, gestendo gli affari del defunto padre e assaporando l’idea di ricominciare a scrivere. La domestica servì il tè e la conversazione s’arrestò, dando alla giovane tempo per riflettere.
Fuori dalla finestra, il sole arancione illuminava ancora per pochi istanti i marciapiedi della strada ed in quei momenti il cuore di Edith si rasserenò.

“Mi servirà un abito nuovo!”, esordì, “Lascio Buffalo per qualche mese e il giallo non va più di moda, non pensavo che si dessero tanto da fare, mi hanno letteralmente sconvolto!”, disse ironicamente.
Alan alzò lo sguardo e sorrise ricordando la ragazza di cui si era innamorato anni prima. Quella velata battuta bastò a scaldargli il cuore e con un senso di leggerezza, qualche minuto dopo, si incamminò verso la porta.
“Ci conto, allora”, alzò il cappello inchinando un poco la testa ed uscì.

Il giorno dopo Edith passò in una delle ricche boutique che frequentava prima della sua partenza.
“Signora Sharpe, che piacere rivederla!”, disse Monsieur Lemoine.
Sulla sessantina, era il sarto più conosciuto della città.
“In realtà preferirei che mi chiamasse…”
“Magnifico, monsieur, magnifico!”, Edith sentì squittire da una delle stanze del grande atelier. “Davvero magnifico!”, fece capolino la testa di una signora di mezz’età con un estroso cappello rosa. “La madre di Alan”, si disse Edith.
“Oh, signora Sharpe”, disse lei con sguardo pungente, “Finalmente, quale onore rivederla! Alan mi ha detto che sarete nostra ospite per la festa di compleanno di Eunice”.
“Coushing”, disse Edith.
“Oh, come preferisce, eppure pensavo che ne sarebbe stata fiera. In fondo è andata proprio come lei desiderava, no?”
“Come?”
“E’ vedova, come Mary Shelley”, ridendo tornò nella stanza in cui stava provando l’abito. Lasciò Edith inebetita.

Un prurito, un acuto fastidio che non provava da tempo. Dov’era finita? Era davvero caduta così in basso? Avrebbe voluto risponderle a tono, ergersi forte e solida come prima. Ma era sola: non aveva più nessuno, non aveva nemmeno sé stessa, non c’era nessuna risposta pronta. Soprattutto, non le importava.

Monsieur Lemoine interruppe quel silenzio imbarazzato dirigendo la cliente in uno dei molti vani. Con l’aiuto di una giovane apprendista le prese le misure, scelsero insieme il colore e il modello del vestito.
“Un mese e l’abito sarà pronto”.
“Oh, non potreste accelerare un po’ i tempi? Vi pagherò la differenza.”
“Ho un buon ricordo di vostro padre, siete stati ottimi clienti per molti anni”, disse il sarto, “Quindici giorni?”.
“Sarebbe perfetto!”, sorrise lei entusiasta.
“Che non si sappia in giro, mi raccomando!”, ricambiò il sorriso e la condusse verso l’ingresso con sguardo comprensivo.

La sera del compleanno si avvicinava ed Edith iniziò ad uscire sempre più spesso, cosa che la fece sentire spavalda e spudorata, come se avesse infranto la legge. S’esercitava a camminare a testa alta e fu sorpresa da quanti non la riconobbero e da quanti non aveva proprio mai visto.
Capitava a volte che Alan l’accompagnasse nel suo girovagare, spesso trascorrevano del tempo a parlare nel parco. Con lui al suo fianco, in molti iniziarono a riconoscerla e, senza nemmeno preoccuparsi di allontanarsi quel po’ che basta per non farsi sentire, iniziavano a spettegolare, lanciando sguardi inequivocabili.
Edith raggiunse ben presto il limite e, mentre attraversavano il viale alberato, si fermò e guardò Alan con aria afflitta: “Come può non importarti? Parlano di noi, di me. Mi è venuta a trovare la vedova Jenkins ieri, mi ha chiesto se sto rispettando il lutto. Figuriamoci!”.
La vedova Jenkins era l’esponente di spicco del grande club del pettegolezzo, così in voga in quel periodo. Era anche una cara amica del padre, per motivi che Edith non aveva mai compreso.
Ma era consapevole che quell’amicizia fu tanto stretta da essere certa che la donna non avrebbe mai concesso la diffusione di malignità riguardanti la giovane. E tuttavia ogni voce passava prima da lei per poi ricircolare in forme leggermente distorte nelle arterie pulsanti della vita da salotto della città, quindi quelle parole, anche se non generate dalla sua mente ingegnosa, in qualche modo erano state messe in giro.
Ed erano notizie fresche, impossibili da contenere persino dalla vedova.
“Non importa, Edith”, disse lui provando a stringerle le mani. Ma lei le scostò guardandosi freneticamente in giro, “Alan, come ho fatto a trovarmi in questa situazione! E tu, tu non dovresti davvero starmi così vicino, coinvolgeranno anche te! Ed io non voglio, meritiamo entrambi un poco di serenità, no?”.
“Io non ho mai avuto dubbi, la mia serenità dipende dalla tua, accettalo”, guardò negli occhi Edith, che si sentì languida e protetta.
Non ne parlarono più, continuarono a vedersi quasi ogni giorno e, per entrambi, quel momento rappresentò la parte migliore della giornata.

4 thoughts on “A Crimson Dream – Cap. 2 (fan fiction su Crimson Peak)

  1. Ho cominciato adesso a leggere questa storia e mi sta appassionando molto, quindi vorrei che tu non ti offendessi se ti segnalo un paio di errori, ma che la prendessi come una collaborazione per migliorare il racconto … e solo questo vuole essere …
    “Il sole s’intiepidiva e i venti s’assopivano quel tanto che bastava per uscire fuori di casa all’imbrunire …”. Purtroppo viene usato spesso nelle espressioni verbali, ma “uscire fuori” è una forma scorretta, è implicito che se si esce si va fuori, non si può uscire dentro, quindi “fuori” va assolutamente tolto.
    “In uno di questi sereni pomeriggi che Alan si convinse ad invitare a cena Edith …”. Qui o ci aggiungi un “Fu” all’inizio, oppure togli “che” prima di Alan, altrimenti la frase è scorretta.
    Scusami se mi sono permessa di fare il correttore di bozze, ma il racconto mi piace molto e mi piacerebbe che fosse perfezionato … Complimenti, continuerò la lettura degli altri capitoli appena posso. Ciao, buona serata. :)

    1. Ciao! Grazie mille per aver corretto i miei errori, lo apprezzo molto! Purtroppo ho poco tempo per scrivere e ancora meno per revisionare il tutto, mi scuso in anticipo se dovessi trovarne altri, in tal caso mi faresti un grande favore segnalandomeli!
      Sappi che sono errori di distrazione, ci tengo a sottolinearlo! :D
      Mi fa tanto piacere sapere che la mia storia ti piace! Ancora grazie mille, per aver letto, per avermi dato il tuo parere e per avermi fatto notare gli errori!
      A presto!
      Fede

      1. Sono sicura che è dovuto alla distrazione, il racconto è fatto molto bene, quindi non possono esserci dubbi. Proprio per questo mi sono permessa di dirtelo, perché mi piace molto. A volte scrivendo, si mettono espressioni che usiamo parlando, pur sapendo che non sono corrette, e a volte anche rileggendo ci sfuggono proprio perché siamo abituati ad usarle nel linguaggio di ogni giorno. Appena posso leggerò anche il resto, mi ha affascinato la parte letta finora, sei molto brava. Ciao, grazie per aver capito il senso di quello che ti ho scritto. :D

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