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A Crimson Dream – Cap.3 (fan fiction su Crimson Peak)

CAPITOLO 3 – Ghosts are real, that much I know.

“Non mi piace camminare in questa casa vecchia e vuota.”
“Allora prendi la mia mano, camminerò con te, mia cara”
“Le scale scricchiolano mentre dormo, mi tengono sveglia.”
“E’ la casa che ti dice di chiudere gli occhi.” *

Il giorno del compleanno di Eunice arrivò, Edith se ne accorse solo all’ultimo e ne fu felice, temeva di ricordarsene con molto anticipo e di caricarsi di ansia già da qualche giorno prima. Invece, la mattina della festa suonò il fattorino della sartoria che consegnò l’abito e solo a quel punto una febbrile eccitazione si diffuse nella casa.
Viveva da sola, ormai, ma aveva assunto tre domestiche, due più o meno della sua età e la terza di una cinquantina di anni, che aveva vissuto per anni con la famiglia e che era riuscita a ricontattare una volta tornata in America. In più riceveva regolarmente la visita della vedova Jenkins e, rivedendo in lei una figura materna, non se ne distaccava volentieri, se non in occasione delle uscite con Alan.
Dunque, arrivò il vestito.
Era davvero magnifico! Lo dissero tutte e quattro e attendevano il giudizio di Edith, che tentennava. Non che non fosse magnifico, ma risentiva nella sua testa quello squittire fastidiosissimo della signora Mcmichael e rivedeva quel pomposo cappello rosa. Si sforzò e disse: “Meraviglioso, sì!” e sentì con soddisfazione di essere stata davvero anticonformista.
Sorrisero e la incitarono a provarlo.
Edith era appena sveglia e aveva ancora la camicia da notte, la sollevò e una volta tolta vide gli sguardi imbarazzati delle donne. Rimase lì interdetta finché non se ne ricordò, portò istintivamente la mano sulla pancia, sulla cicatrice. Si nascose in bagno, lasciando domestiche e vedova in piedi in camera con lo sguardo ancora istupidito. Chiuse dietro di sé la porta e raccolse il viso tra le mani, disperandosi senza curarsi di trattenere alcuna emozione.
La signora Jenkins bussò e dopo poco si decise ad entrare. La trovò seduta per terra, estremamente abbattuta. Sorpresa, si piegò e l’avvolse in un abbraccio. Edith s’abbandonò in quella presa e lasciò che le donne della casa si prendessero cura di lei.
Dopo un bagno caldo e dopo averle spazzolato i capelli, si ritrovarono nel soggiorno a prendere il tè.
Arance e limoni canditi, biscotti, piccoli cioccolatini al caramello e alcuni deliziosi sandwich con del prosciutto affumicato erano ordinatamente disposti su una bellissima alzata in argento, portata in dote dalla madre molti anni prima.
Edith fece ruotare la tazza in porcellana e la prese delicatamente dal manico. Erano porcellane inglesi di inizio ottocento, un regalo che il padre le portò da un viaggio di lavoro quando era solo una bambina.
“Mia cara”, ruppe il silenzio la donna, “Cos’è successo? Sono preoccupata, sai. Non si addice ad una donna di una famiglia tanto per bene quel tuo comportamento di prima”.
Edith sorrise amaramente e decise di risponderle, sorprendendo anche se stessa nel rompere il silenzio che l’aveva accompagnata in tutti quei mesi: “Non ricordo nulla del mese passato in ospedale, questo già ve l’ho detto. Ricordo solo l’ultimo giorno. Fu Alan a parlarmi. Fu lui a dirmi che…mi disse che…ecco, io aspettavo un bambino già da qualche mese quando fui ricoverata”, la signora Jenkins spalancò la bocca, incredula.
“Nausee, mal di testa: per me erano segni della gravidanza, non avrei mai pensato che loro… il tè…”
“Il tè?”, chiese con una punta di curiosità la donna.
Edith proseguì, “Alan mi disse che il bambino era già morto quando arrivai in ospedale. Il dottore preferì estrarlo dall’addome”. Deglutì e impose alla vedova di non farne mai più parola, con lei o con altri.
Il legame che univa le due donne era dettato dalla solitudine, dal bisogno di abbandonarsi l’una all’altra quando il male della vita e dei ricordi si faceva pressante e insopportabile. E, nonostante la signora Jenkins non nutrisse molto affetto per lei, s’instaurò dopo quel breve dialogo un rapporto di reciproco rispetto che la portò a non rivelare mai quanto apprese quel giorno.
Edith d’altro canto fu molto delusa da quel racconto. Le sembrò di non aver reso alcuna giustizia al figlio morto e di nuovo, prepotente, l’idea che in fondo nulla importava.
Spesso, in quel pomeriggio, portò la mano sul seno, stringendo forte la veste. Sentiva davvero, cioè percepiva chiaramente nel suo petto il suo cuore rompersi. Non servivano parole per esprimere quel dolore reale. Era Edith, quello era il suo nome. Non era un’emozione, una sensazione, un pensiero. O forse all’inizio, lo era. Ma ora non v’era nessuna distinzione: lei, Edith, era il suo dolore e il suo dolore era una giovane donna evanescente con una cicatrice sull’addome.
Il dolore aveva un viso, aveva mani e occhi. Il dolore si muoveva nell’aria e tutt’intorno erano vibrazioni strazianti. Esisteva, il dolore. E, così pareva, aveva lunghi capelli biondi ed un andatura lenta e stanca.

Ma Edith uscì di casa luminosa e fresca, nessuno quella sera avrebbe notato i segni dei mesi passati. Il vestito era di un bel colore turchese, in satin, con lo scollo a cuore ed il busto era finemente decorato con ricami argentati e piccoli fiori neri in segno di lutto. Cadeva morbido lungo i fianchi, grande novità destinata a segnare la moda del novecento.
I capelli, raccolti in un elegante chignon, erano fissati con piccoli fiori di diamanti e due ciocche di lunghi capelli ricci le scendevano lungo la schiena.
La carrozza era già arrivata da qualche minuto, miss Dumas l’aiutò ad indossare il soprabito e, senza rendersene conto, Edith si ritrovò già alla festa.
Fu accolta dalla festeggiata: erano tutti molto gentili e nessuno toccò scomodi argomenti. “Così gentili”, si ripeté. Sapeva che non erano necessarie parole, che la sola presenza lì bastava a far parlare i circoli più attivi per il resto della settimana.
“Oh, eccoti”, disse Alan ponendole delicatamente una mano sulla schiena. Edith al suo tocco trasalì ed istintivamente ruotò il capo dalla parte opposta, gettando gli occhi al pavimento.
“Sei arrivata in ritardo”, disse lui con tono di sfida.
“Bè, una decina di minuti in meno di discussioni sul perché quest’anno le balze non vanno più di moda”, rispose lei, accettandola.
“Vieni con me, ho una sorpresa”, il tono della sua voce era profondo e divertito, incuriosì molto Edith. Arrivarono nel suo studio e lui le indicò una macchina da scrivere, nuova di zecca.
“Ti piace? Me l’hanno portata dall’Italia, vorrei regalartela”.
“Oh, Alan, non potrei mai accettare”, disse stupita. Ma lui notò che la donna non riusciva a smettere di fissare quel miracolo della tecnologia. Ci fu una lunga pausa e non ci fu bisogno di una parola in più, si abbracciarono intensamente, in modo fraterno, nel modo in cui sempre si erano abbracciati. E mentre Edith fremeva all’idea di premere i primi tasti, Alan si domandava se non fosse quello l’amore vero: se l’amore vero non risiedesse in un abbraccio familiare.

“Signora Sharpe, condoglianze per le vostre perdite”, disse l’anziana nonna di Alan in modo sincero e folle. La tavola a quelle parole si bloccò per alcuni istanti, chi stava per brindare rimase col bicchiere sospeso a mezz’aria e più gli attimi correvano più sembrava strano riprendere a fare quel che si stava facendo.
Alan ruppe il silenzio, “La nonna sa sempre cosa dire, a volte io non so cosa dire, allora penso a cosa direbbe mia nonna e così rispondo. Ma ditemi se con gli anni non diventa sempre più inaffidabile, eh?”, tutti risero e nessuno ebbe il coraggio di riaprire l’argomento.
Nulla di tutto ciò, comunque, poté incrinare in alcun modo il buon umore di Edith.

A fine cena, si riunirono nel grande soggiorno. Eunice decise di dar prova delle sue doti di pianista e si scambiò una furba occhiata con la signora Mcmichael, che Edith notò appena. Ma ben presto capì.
Proprio in quella sala.
Eunice iniziò a suonare quel valzer.
E
Tutto
Si
Congelò.
Quanto tempo passava? Edith non lo sapeva. Non sapeva niente. Comprendeva appena, corpuscoli microscopici di parole sussurrate le arrivavano in testa, non dalle orecchie, non dal fuori, da dentro. Il senso di colpa sovrastava lei, sovrastava il mondo, si stagliava al di sopra di quella città in fiore e, trascinandosi dietro Edith, la portava più in alto, al di sopra dell’oceano. Da lì, da quel punto sperduto nel cielo, da quel punto nel blu, molto vicino alle stelle, lei vedeva una maestosa dimora decadente nelle lontane campagne del nord dell’Inghilterra. E vedeva l’argilla colare dalle pareti e inghiottire la casa e, come Crimson Peak, lei stessa veniva inghiottita dalla profonda verità: amava Thomas.
Lo sapeva, come quando arrivava la neve e allora sapeva che era inverno. Così lei sapeva di amarlo.
Allo stesso modo sapeva che per quanto immorale, ingiusto e orribile fosse, gli aveva perdonato ogni cosa.
C’erano fatti, domande, segreti e non avrebbe avuto alcuna risposta, ma non le servivano. Aveva tutte le risposte di cui aveva bisogno, erano molto chiare, si scioglievano così, attraverso le note di un valzer, al ricordo della luce di una candela che non si spense mai e che mai si spegnerà.
Un poco barcollò e, finita la melodia, si congedò lamentando un mal di testa. “Due settimane, son stata proprio brava, vedrai che non ne parleranno di meno”, sussurrò nell’orecchio di Alan, che sorrise dispiaciuto all’idea di non passare altro tempo con la ragazza.
“Mi dispiace”, rispose. Ma Edith non aveva nulla da rimproverargli e certamente non aveva nulla da rimproverare alla sua famiglia. In quanti l’avrebbero accolta ad una festa? Dopo quanto era accaduto?
Salutò anche la sorella di Alan: “Grazie per la cena”.
“E’ mio fratello”, disse minacciosamente lei, “A presto”, sorrise e andò a sedersi sul sofà con le amiche. Edith, colpita da quell’ardore, riconsiderò per un istante l’immagine molle e frivola che aveva di Eunice.

♦ ♦ ♦

La luna rimandava una fioca luce argentea dalla finestra, si posò sulla mano di Edith, abbandonata sul cuscino. Da tempo ormai non riusciva più a dormire serenamente e anche quella notte fu per lei molto agitata.
Si svegliò a notte fonda, dopo essersi rigirata nel letto per un po’, ancora nel dormiveglia decise di alzarsi. Scese dal letto a piedi scalzi, si lasciò guidare da un formicolio avvertito appena.
Aprì la porta e continuò a camminare lungo il corridoio. Non sapeva di preciso cosa stesse facendo, dove stesse andando né il motivo che l’aveva spinta ad andare in giro a quell’ora tarda. “Già, perché?”, si chiese seguendo i suoi pensieri e risvegliandosi un poco di più tanto da osservarsi criticamente.
Si girò indietro, mentre i suoi piedi la portavano verso la camera del padre. Guardò nuovamente in avanti e vide che non era lei a condursi, ma una figura nera la trascinava dal braccio lungo l’androne. Era la madre, Edith lanciò un urlo, che le si blocco in gola e provò a dimenarsi, spaventata alla vista dello scheletro fluttuante e angoscioso.
Lo spettro, però, a quelle resistenze reagì con violenza, spalancò la bocca e, latrando in modo straziante, strinse con più veemenza il polso della giovane, che si slogò provocando nuovo dolore nel corpo già tormentato di Edith.
“Perché, madre?”, chiese lei supplicando, mentre le lacrime, copiose, le incorniciavano il viso.
A quelle parole, il fantasma ammutolito lasciò la presa. Si fissarono intensamente per alcuni minuti: un po’ per studiarsi, come in un duello. Un po’ a ricordare quanto si era perso in quella vita, stremate dalla quantità di insulti che i loro corpi e, di più ancora i loro spiriti, avevano ingiustamente subìto.
Il cuore di Edith prese a battere più lentamente, il suo respiro si placò e proprio quando sembrava di poter recuperare la calma, il fantasma le si avventò contro, attraversandola. Fu colta da un freddo terribile, avvertiva il profondo vuoto che la morte portava con sé. Fu un attimo: svenne sul pavimento di legno, sospirando per la stanchezza insopportabile.
Dov’era?
In un sogno?
Istintivamente chiuse gli occhi, cercando di adattarli alla luce del mattino. Il cielo era limpido ma senza sole e riconobbe a pochi metri da lei l’imponente dimora di Allerdale Hall.
In quell’istante avvertì i fiocchi di neve sciogliersi sotto i suoi piedi ed un freddo pungente le irrigidì l’estremità del corpo. Sentì il sangue concentrarsi sulle gote.
Gli organi le si rimestavano dentro e vomitò il poco cibo che aveva ingerito a cena.
Quindi la cena era reale?
Non lo era lei, forse. Sì, forse l’unica irreale era lei.
Stava lì, sospesa tra due mondi.
Paralizzata, sul terreno ghiacciato.
Respirava affannosamente e per qualche momento pensò che il suo torace stesse per esplodere sotto il peso del suo delirio.
Stava impazzendo.
Era l’unica ovvia conclusione e desiderava soltanto ritornare indietro. Ritornare a quando, poche ore prima, aveva salutato Alan sulla porta. Se l’avesse saputo, si sarebbe ancorata alla sua giacca, come una bimba, come una disperata.
Davanti a tutti, l’avrebbe fatto. Piuttosto che ritrovarsi nel nulla, nei ricordi di qualcuno, nel nulla.
Un rumore terribile e continuo giunse alle sue orecchie, ridestandola dai suoi pensieri e si vergognò di aver pensato di non essere in grado di andare fino in fondo, di scavare nell’abissale follia della sua mente.
Con una smorfia di dolore si sollevò e, barcollando, giunse alle porte della stalla. Non ne aveva mai sospettato l’esistenza, ma in effetti appena giunse a Crimson Peak la neve cadde fitta e Lucille la relegò in casa. Tranne quel giorno, alle poste…
Scacciò via il pensiero, risoluta.
Si avvicinò alla pesante porta di legno e inserì il suo sguardo tra le fessure.
Quello che vide la sconvolse.
Una bimba piangeva, furente. Aveva dei bei capelli ramati e lineamenti distorti in smorfie d’odio. Con una mannaia si accaniva su un agnello ormai morto.
Un colpo.
Un colpo.
Un altro colpo.
La lama si conficcava con precisione nello stesso punto su una delle travi di legno e fiotti di sangue le macchiavano il vestito.
Un uomo senza volto giunse dalla profondità della stalla.
La bambina lo fissava, sfidandolo con gli occhi.
Senza parlare il senza volto gettò ai suoi piedi un altro agnello.
“Anche questo”, disse con tono disumano.
Stava per raggiungere la porta, Edith trasalì.

Gli occhi le bruciarono e non ebbe il tempo di versare la prima lacrima che fu trascinata indietro, nel buio.

Sentì un gran vociare, aprì appena gli occhi e si ritrovò per terra, nella stessa posizione in cui s’era accasciata la notte. Le giovani domestiche piangevano fragorosamente, la più anziana era corsa ad aprire la porta e iniziò a parlare con una voce maschile, “Alan”, pensò. Avrebbe voluto alzarsi in piedi, ma non riuscì a muoversi e di nuovo, svenne.

*Tratto da “Little talks“, artista: Of Monsters And Man

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