A Crimson Dream – fan fiction sul film “Crimson Peak” (SEQUEL)

CAPITOLO 1 – Il risveglio

Buio.
Nessuna luce, nessuna.
Finalmente, il buio.
Non il buio di Allerdale Hall.
Il buio dolce, il sereno, il riposo.
Allerdale Hall.
Nessun ricordo
Solo il rosso.
Il rosso dell’argilla.
Colava dal coltello sulla pelle.
L’argilla.

E’ così dolce, adesso, il buio.
Così dolce.
Così dolce.
Una fitta, un dolore.
Dove?
Non da fuori.
Non dal corpo.
Da dove?
Dentro.

Il buio, così dolce, l’argilla, il coltello, Allerdale Hall: il sangue.

Edith aprì gli occhi e li richiuse subito, respingendo la luce. Ora ricordava, ora sapeva. Sopraffatta da mille domande e altrettante paure, decise di abbandonarsi nuovamente ad un sonno profondo. Ma non era questa la sua indole: non passarono che una manciata di minuti, che lei si risvegliò, sudata e spaventata.
Provava a controllare il respiro. Il dolore non si placava e, anzi, le pareva che il cuore le scoppiasse nel petto. Si ispezionò e scoprì di avere una gamba immobilizzata. Spostò il suo sguardo da se stessa alla stanza, si sentiva spaesata ma capì subito di trovarsi al sicuro.

“Al sicuro” era un’espressione curiosa per lei adesso. In effetti, desiderò di tornare a Crimson Peak. Lì si sarebbe sentita al sicuro davvero, a casa. Indugiò su questi pensieri per un po’, ispezionandosi anche lì, tra quei sentimenti corrotti, imbrattati, calpestati.

Si lascio ricadere sul letto, portò le mani sul viso ed iniziò a fare il punto della situazione.“Mio padre è morto…”, incominciò e subito s’interruppe.
Il solo fatto di dover affrontare la morte del padre richiedeva una forza d’animo che lei davvero non possedeva al momento. Aveva lasciato dietro di sé, in America, tante questioni in sospeso.
Così giovane, si convinse ingenuamente che quel lutto doloroso potesse essere superato fuggendo lontano.

Pianse, il primo pianto fu per l’uomo che le diede la vita. Si calmò e pianse di nuovo, per l’uomo che le tolse la vita. Ed era un pianto terribile e complesso, così se lo descrisse nella mente. Spesso tramutava in prosa la sua vita, come se fosse quella la sua opera migliore, ancora da scrivere. E queste due parole scelse per il pianto che dedicò a Thomas, terribile e complesso.
Era morto, l’uomo che amava era morto. Procedette a ritroso, pensò: “Mi ha tradito, l’ho visto con i miei occhi mentre stava lì, seduto sul letto con Lucille”.
“Tutte quelle donne morte, era già sposato e le ha uccise”.

Fu come se all’improvviso si fossero spiegati i suoi ricordi davanti agli occhi, come ali di un’aquila, come le tende al mattino, come un libro ricco di figure, rivide se stessa negli ultimi mesi e rabbrividì al pensiero di quanto era stata sciocca. Ma quei brividi, pieni di disgusto, stavano lì ad indicare altro e lei lo sapeva. Sapeva che non riusciva ad accettare l’idea che quell’uomo così delicato fosse un assassino.
Ripensò a quando il padre gli prese le mani e capì che lui aveva davvero intuito tutto di Thomas dopo una sola stretta di mano. Era delicato, Thomas. Continuò a ripetersi queste parole, rigettando con nausea l’immagine di lui tra le braccia della sorella. Non capiva se ciò che le provocava la nausea fosse l’incesto o la gelosia, ma questi pensieri le suscitarono un profondo senso di colpa: come poteva pensare a questo adesso?
Tutte quelle donne!
Il suo migliore amico brutalmente ferito, proprio da suo marito.
Ancora una fitta, profonda, universale: il dolore avvolgeva tutto, lei, i vivi, i morti, gli eventi, le sventure.
Sì, Thomas le aveva tolto la vita, le aveva tolto ogni cosa.

Provò a trovare una posizione più comoda nel letto, ma la gamba glielo impedì. Tirò su le lenzuola, fin sopra al naso e si riaddormentò con una certa incuranza di tutto il resto. In fondo era così, non le importava di niente adesso. No, neanche di Alan. Ancora una volta, quel fastidioso senso di colpa. Si giustificò pensando a tutto ciò che aveva e che avrebbe dovuto affrontare e lo ricacciò giù nella pancia.

Il sole filtrava attraverso la persiana, Edith corrugò la fronte e quando fu nuovamente padrona dei suoi occhi vide intorno a sé molte persone. Un paio di infermiere facevano avanti e indietro tra letto e carrello, sull’uscio della camera. Un medico brizzolato e due dottori più giovani leggevano con interesse quella che probabilmente era la sua cartella clinica. Si accorsero dopo poco che si era svegliata e il medico più anziano le disse: ”Signora Sharpe…”.
“Cushing”, corresse lei.
Le infermiere si bloccarono lì dov’erano e vide trasalire i dottori. Il medico inchinò leggermente la testa in segno di assenso. Con espressione seria continuò, mentre le infermiere ripresero con il loro andirivieni. “Signora Cushing, domani vi dimetteremo. La gamba è guarita, riceverete nel pomeriggio la visita del signor McMichael, per aiutarvi a ricordare e per illustrarvi la situazione.”
“Ricordo”, rispose lei e continuò: “Quanto tempo è passato?”.
“Un mese”, rispose il dottore, freddamente.
Il personale medico lasciò la stanza ed Edith attese con ansia il pomeriggio.

♦ ♦ ♦

Il giorno dopo, Alan ed Edith lasciarono l’ospedale di buon’ora. Lividi in volto, camminarono verso l’uscita senza proferire parola. Alan alzò appena il cappello per salutare l’uomo che li accompagnò all’uscita e si sistemarono in una comoda carrozza.
La sera prima parlarono fino a notte fonda. Le era tutto molto chiaro: a causa del veleno avrebbe dovuto assumere diversi farmaci per il resto della vita. Alan aveva perso molto sangue e comunque anche lui non si sarebbe ripreso del tutto mai più. Dopo un’accesa discussione, Edith riuscì a convincere Alan a passare da Crimson Peak prima di imbarcarsi per l’America. Il viaggio non fu molto lungo, ma l’attesa fu straziante e l’aria nella carrozza si caricò di tensione man mano che il tempo passava.

Arrivarono al villaggio verso sera, riposarono e al mattino raggiunsero Allerdale Hall. Per tutto il tempo Edith non faceva altro se non accantonare pensieri ed immagini di quella che una volta era la sua vita, ma quando scese dalla carrozza e calpestò la neve rosso cremisi che tanto la tormentava nei sogni non trovò più alcuna difesa. Nessuno lo notò, nemmeno Alan, in fondo non versò nemmeno una lacrima e fu estremamente grata al suo corpo per quella reazione inaspettata.
Varcò la soglia e una folata di vento gelido la risospinse verso il viale. Con più vigore e con l’aiuto di Alan entrò. Salì le scale, accarezzando il corrimano polveroso e, guardando in su, si diresse svelta verso la soffitta.
Nello studio di Thomas era rimasto tutto com’era. Colta da un’incomprensibile tenerezza, prese a raccogliere sul tavolo tutti gli oggetti più belli e che più gli ricordavano di lui. Aprì una valigia e li ripose uno ad uno avvolgendoli con pezzi di stoffa.
Scese in quella che era la loro camera matrimoniale. Ma era vuota. Si accorse solo a quel punto che era tutto spoglio e freddo, possibilmente più freddo di quanto non lo fosse stato in passato. Si girò e vide Alan, che comprese all’istante il suo sguardo.

“Dopo il nostro ricovero, le autorità hanno perquisito la casa e hanno sequestrato la maggior parte del mobilio e degli averi degli Sharpe. Entro la fine del mese, ti verrà restituito tutto”. Attese che una qualche emozione tradisse il viso di Edith, che tuttavia continuava a rimestare vecchie lenzuola con sufficienza. Si accorse del silenzio dell’amico e alzò gli occhi sorridendo appena. Era un sorriso gelido, che non le apparteneva ma Alan ricambiò, paziente. Era consapevole che Edith era stata messa duramente alla prova.
“Le tue cose sono già state spedite a Buffalo, le ritroverai una volta arrivata a casa”.
Di nuovo quella parola, casa.
Edith si fermò e poi rapidamente voltò lo sguardo verso il soffitto.
Odiava Crimson Peak. E odiava Thomas. Ma non riusciva a non sentirsi a casa circondata da quei muri e non riusciva a smettere di tormentarsi per la morte di suo marito.
Scopriva attimo dopo attimo le sfumature che si accompagnavo a quell’odio profondo. Il sentirsi a casa si tramutava in terrore e il tormento lasciava spazio ad un’insensata gelosia.

Percorse con lo sguardo il soffitto riccamente decorato e diresse lo sguardo verso la finestra, fissò il campo innevato e un corvo che planava. Il freddo si fece pungente e le si blocco il respiro, vide una sagoma spostarsi nell’ombra dietro di lei. Urlò e girandosi vide uno strascico nero sparire dietro la porta del bagno. Alan si avvicinò a lei per sorreggerla, parve non essersi accorto di nulla. Lei lo allontanò, irrigidita. Passarono velocissimi alcuni secondi, prese al volo la valigia, il braccio di Alan e corse giù per le scale, sentiva il cuore battere violentemente nel petto e avvertì un cieco dolore alla gamba, che era rimasta immobilizzata a lungo.
Si appoggiò ad Alan, che nel frattempo le parlava, le chiedeva spiegazioni: “Aspetta Edith, spiegami, ti prego”.
Ma Edith era molto lontana da lui adesso ed era molto vicina ai resti delle vite che abitarono quella casa e che si consumavano nell’oscurità.

Arrivarono all’ingresso.
Udì il suono di un tasto del pianoforte.
Ancora una volta, istintivamente si girò. Tese appena il braccio, come in un secondo addio.
Questo, se possibile, più struggente del primo.

Corse senza indugio verso la carrozza. La sera seguente si imbarcarono per Buffalo.

CAPITOLO 2 – Il ritorno

Il tragitto da percorrere era lungo, la nave piaceva molto ad Edith: oscillava tra l’Inghilterra e l’America, così come il suo cuore.
S’impegnava ad affrontare certi argomenti con Alan, più per prepararsi a quello che le sarebbe accaduto una volta tornata a casa.

“Non devi per forza tornare in città”, insisteva lui.
“Dove altro potrei andare, Alan?”
“Potresti andare via dalla città per un po’, ho alcuni amici a Dedham, conoscevano tuo padre e sono sicuro che se..”
“No, Alan. Non potrei, non in queste condizioni.”
“Non insisto”, disse e lei gli sfioro il viso con la stessa dolcezza di sempre. Alan sentiva che tuttavia Edith era molto diversa adesso. Pensava che fosse appassita, come un fiore stretto tra dita serrate e che prematuramente perde vigore e bellezza.

Più i giorni passavano, più l’attesa cresceva ed Edith iniziava a desiderare un rifugio lontano dai pettegolezzi che si sarebbero rincorsi veloci una volta tornata in città.
Aveva sempre odiato le chiacchiere da salotto che vivacizzavano la vita delle sue coetanee. Sapeva che nessuno di loro avrebbe mai potuto conoscere davvero la sua storia -Alan ne era a stento a conoscenza-, cosa che la irritava ancora di più: di sicuro, avevano riempito le parti mancanti con assurdità inventate al momento.
Ma poi, era davvero il caso di preoccuparsene?
Suo marito e la sorella avevano una relazione segreta, avevano ingannato e ucciso molte donne e avevano tentato di uccidere anche lei. Non era già questa stessa verità assurda?
La mente la stava ingannando, a volte riusciva ad avere una visione generale ma poi un momento dopo quella sensazione svaniva e si ritrovava nuovamente a ricomporre i pezzi della sua vita passata. Suo padre, suo marito, la sua casa. Nulla aveva senso, tutti quei fantasmi, quegli incubi.

Sta lavorando nel suo studio dandole le spalle.
“Thomas”, ma lui non risponde.
Così reale, Edith osserva i polsi di Thomas mentre le sue mani, veloci, intagliano qualcosa nel legno. “Thomas”, ogni passo più pesante del precedente. “Non riesco a muov…”, senza riuscire ad avanzare né ad indietreggiare, senza nessun controllo sui suoi muscoli. Come in un sogno e come fuori dal sogno, come in un limbo tra due realtà, senza far parte di nessuna delle due. Ad un tratto, il cadavere di una donna vestita di nero si erge davanti a lei.
“Madre!”
“Madre!”, urla più forte, ma dalla sua bocca esce un sospiro sottile.
La figura, sospesa a mezz’aria, all’improvviso solleva la testa ed il viso deforme e decomposto la fissa per qualche istante.
Il sudore cola lungo il collo e e la ragazza comprende di non avere alcuna difesa.
Il fantasma inizia ad urlare, spalanca la bocca tanto da lacerarsi la carne marcia. Fiotti di argilla rossa si spandono sul pavimento. Le lunghe dita le cingono il collo e si stringono in una morsa mortale.

A quel punto si svegliava, ogni notte.
All’inizio non ricordava molto dell’incubo, ma col tempo si rese conto che la tetra figura nel sogno era Lucille.

I fantasmi sono reali, questo lo sapeva per certo. Non si era mai soffermata molto sulla sua capacità di vederli.
Quando era piccola, dopo aver visto il fantasma della madre, ne parlò a lungo con il padre. Il signor Cushing era un uomo di ampie vedute e credeva ciecamente alle parole della figlia, così qualche tempo dopo si mise in contatto con la signora Byrne. La donna, molto famosa in città, aveva una particolare sensibilità verso gli spiriti e lo stesso signor Cushing l’aveva contattata prima della morte della moglie per mettersi in contatto con alcuni defunti.
Tra scetticismo e perplessità, in molti contattavano l’indovina e le vedove della città erano lì pronte a gridare al miracolo dopo ogni seduta. Nessuno tuttavia poté mai mettere la mano sul fuoco riguardo alla credibilità della donna. Ciononostante, il padre vi portò Edith un pomeriggio, lui rimase fuori dalla stanza e attese per circa un’ora. Non seppe mai cosa si dissero, ma la bambina non parlò più del fantasma della madre e sembrava aver ritrovato la serenità.
Ed in effetti, le parole della chiromante placarono la ricerca di risposte per molto tempo, ma si ritrovava adesso davanti a nuovi, imperiosi interrogativi che necessitavano di altrettanto imperiose risposte. Eppure aveva la sensazione che se avesse continuato a seguire quelle domande, sarebbe impazzita, ritrovandosi in un limbo a metà tra la vita e la morte.

Ma in realtà che vita mai aveva dentro di lei adesso? Che vita mai? Ne valeva la pena? Di continuare? A vivere?

♦ ♦ ♦

La casa di famiglia, un tempo calda ed accogliente, era immersa in un silenzio tombale che intirizzì Edith fin dai primi istanti in cui varcò la soglia.
Alan ebbe la premura di arredare gli interni con lo stesso mobilio appartenuto alla casa fino a poco prima della partenza della donna.
I giorni si susseguivano lentamente, volgari nella loro similarità e colmi del disprezzo della giovane.
Capitava, ogni tanto, che risvegliandosi non ricordasse nulla ed esitava nel dormiveglia fino al momento in cui nuovamente ricordava. Ripiombava così in un nostalgico torpore e distrattamente portava a termine ogni commissione in programma per il giorno.
Quell’intontimento era necessario, se soltanto lei avesse notato gli sguardi compassionevoli degli avvocati o dei domestici, allora davvero non avrebbe retto al riflesso di sé negli occhi della gente. Preferiva rimanere lì, tra i suoi pensieri crepati e rovinosi.
Prima di andare a dormire, scioglieva davanti allo specchio i suoi lunghi capelli dorati e solo a quel punto, guardando il suo viso stanco e la sua espressione vuota, comprendeva quanto il suo corpo avesse risentito del suo spirito corrotto.

Arrivò la primavera. Il sole s’intiepidiva e i venti s’assopivano quel tanto che bastava per uscire di casa all’imbrunire senza sentire il sangue raggelarsi sulla punta delle dita. Verso sera per le strade i bambini si rincorrevano e le urla inondavano le case. Già nel tardo pomeriggio nell’aria si diffondeva l’odore di patate arrosto e i boccali di birra s’alzavano in chiassosi brindisi.

In uno di questi sereni pomeriggi Alan si convinse ad invitare a cena Edith, ormai rifugiatasi in lunghi silenzi.
“Oh Alan, io…”.
“In tanti mi chiedono di te, sono tutti in pensiero e penso che ti gioverebbe”, disse con tono sostenuto.
“Cercano solo nuovi spunti di conversazione, questo sarò io per loro!”, disse Edith mentre, crucciata, si sorreggeva la fronte.

Erano seduti nello studio, la donna passava lì la maggior parte del suo tempo, gestendo gli affari del defunto padre e assaporando l’idea di ricominciare a scrivere. La domestica servì il tè e la conversazione s’arrestò, dando alla giovane tempo per riflettere.
Fuori dalla finestra, il sole arancione illuminava ancora per pochi istanti i marciapiedi della strada ed in quei momenti il cuore di Edith si rasserenò.

“Mi servirà un abito nuovo!”, esordì, “Lascio Buffalo per qualche mese e il giallo non va più di moda, non pensavo che si dessero tanto da fare, mi hanno letteralmente sconvolto!”, disse ironicamente.
Alan alzò lo sguardo e sorrise ricordando la ragazza di cui si era innamorato anni prima. Quella velata battuta bastò a scaldargli il cuore e con un senso di leggerezza, qualche minuto dopo, si incamminò verso la porta.
“Ci conto, allora”, alzò il cappello inchinando un poco la testa ed uscì.

Il giorno dopo Edith passò in una delle ricche boutique che frequentava prima della sua partenza.
“Signora Sharpe, che piacere rivederla!”, disse Monsieur Lemoine.
Sulla sessantina, era il sarto più conosciuto della città.
“In realtà preferirei che mi chiamasse…”
“Magnifico, monsieur, magnifico!”, Edith sentì squittire da una delle stanze del grande atelier. “Davvero magnifico!”, fece capolino la testa di una signora di mezz’età con un estroso cappello rosa. “La madre di Alan”, si disse Edith.
“Oh, signora Sharpe”, disse lei con sguardo pungente, “Finalmente, quale onore rivederla! Alan mi ha detto che sarete nostra ospite per la festa di compleanno di Eunice”.
“Coushing”, disse Edith.
“Oh, come preferisce, eppure pensavo che ne sarebbe stata fiera. In fondo è andata proprio come lei desiderava, no?”
“Come?”
“E’ vedova, come Mary Shelley”, ridendo tornò nella stanza in cui stava provando l’abito. Lasciò Edith inebetita.

Un prurito, un acuto fastidio che non provava da tempo. Dov’era finita? Era davvero caduta così in basso? Avrebbe voluto risponderle a tono, ergersi forte e solida come prima. Ma era sola: non aveva più nessuno, non aveva nemmeno sé stessa, non c’era nessuna risposta pronta. Soprattutto, non le importava.

Monsieur Lemoine interruppe quel silenzio imbarazzato dirigendo la cliente in uno dei molti vani. Con l’aiuto di una giovane apprendista le prese le misure, scelsero insieme il colore e il modello del vestito.
“Un mese e l’abito sarà pronto”.
“Oh, non potreste accelerare un po’ i tempi? Vi pagherò la differenza.”
“Ho un buon ricordo di vostro padre, siete stati ottimi clienti per molti anni”, disse il sarto, “Quindici giorni?”.
“Sarebbe perfetto!”, sorrise lei entusiasta.
“Che non si sappia in giro, mi raccomando!”, ricambiò il sorriso e la condusse verso l’ingresso con sguardo comprensivo.

La sera del compleanno si avvicinava ed Edith iniziò ad uscire sempre più spesso, cosa che la fece sentire spavalda e spudorata, come se avesse infranto la legge. S’esercitava a camminare a testa alta e fu sorpresa da quanti non la riconobbero e da quanti non aveva proprio mai visto.
Capitava a volte che Alan l’accompagnasse nel suo girovagare, spesso trascorrevano del tempo a parlare nel parco. Con lui al suo fianco, in molti iniziarono a riconoscerla e, senza nemmeno preoccuparsi di allontanarsi quel po’ che basta per non farsi sentire, iniziavano a spettegolare, lanciando sguardi inequivocabili.
Edith raggiunse ben presto il limite e, mentre attraversavano il viale alberato, si fermò e guardò Alan con aria afflitta: “Come può non importarti? Parlano di noi, di me. Mi è venuta a trovare la vedova Jenkins ieri, mi ha chiesto se sto rispettando il lutto. Figuriamoci!”.
La vedova Jenkins era l’esponente di spicco del grande club del pettegolezzo, così in voga in quel periodo. Era anche una cara amica del padre, per motivi che Edith non aveva mai compreso.
Ma era consapevole che quell’amicizia fu tanto stretta da essere certa che la donna non avrebbe mai concesso la diffusione di malignità riguardanti la giovane. E tuttavia ogni voce passava prima da lei per poi ricircolare in forme leggermente distorte nelle arterie pulsanti della vita da salotto della città, quindi quelle parole, anche se non generate dalla sua mente ingegnosa, in qualche modo erano state messe in giro.
Ed erano notizie fresche, impossibili da contenere persino dalla vedova.
“Non importa, Edith”, disse lui provando a stringerle le mani. Ma lei le scostò guardandosi freneticamente in giro, “Alan, come ho fatto a trovarmi in questa situazione! E tu, tu non dovresti davvero starmi così vicino, coinvolgeranno anche te! Ed io non voglio, meritiamo entrambi un poco di serenità, no?”.
“Io non ho mai avuto dubbi, la mia serenità dipende dalla tua, accettalo”, guardò negli occhi Edith, che si sentì languida e protetta.
Non ne parlarono più, continuarono a vedersi quasi ogni giorno e, per entrambi, quel momento rappresentò la parte migliore della giornata.

CAPITOLO 3 – Ghosts are real, that much I know.

Non mi piace camminare in questa casa vecchia e vuota.”
“Allora prendi la mia mano, camminerò con te, mia cara”
“Le scale scricchiolano mentre dormo, mi tengono sveglia.”
“E’ la casa che ti dice di chiudere gli occhi.” *

Il giorno del compleanno di Eunice arrivò, Edith se ne accorse solo all’ultimo e ne fu felice, temeva di ricordarsene con molto anticipo e di caricarsi di ansia già da qualche giorno prima. Invece, la mattina della festa suonò il fattorino della sartoria che consegnò l’abito e solo a quel punto una febbrile eccitazione si diffuse nella casa.
Viveva da sola, ormai, ma aveva assunto tre domestiche, due più o meno della sua età e la terza di una cinquantina di anni, che aveva vissuto per anni con la famiglia e che era riuscita a ricontattare una volta tornata in America. In più riceveva regolarmente la visita della vedova Jenkins e, rivedendo in lei una figura materna, non se ne distaccava volentieri, se non in occasione delle uscite con Alan.
Dunque, arrivò il vestito.
Era davvero magnifico! Lo dissero tutte e quattro e attendevano il giudizio di Edith, che tentennava. Non che non fosse magnifico, ma risentiva nella sua testa quello squittire fastidiosissimo della signora Mcmichael e rivedeva quel pomposo cappello rosa. Si sforzò e disse: “Meraviglioso, sì!” e sentì con soddisfazione di essere stata davvero anticonformista.
Sorrisero e la incitarono a provarlo.
Edith era appena sveglia e aveva ancora la camicia da notte, la sollevò e una volta tolta vide gli sguardi imbarazzati delle donne. Rimase lì interdetta finché non se ne ricordò, portò istintivamente la mano sulla pancia, sulla cicatrice. Si nascose in bagno, lasciando domestiche e vedova in piedi in camera con lo sguardo ancora istupidito. Chiuse dietro di sé la porta e raccolse il viso tra le mani, disperandosi senza curarsi di trattenere alcuna emozione.
La signora Jenkins bussò e dopo poco si decise ad entrare. La trovò seduta per terra, estremamente abbattuta. Sorpresa, si piegò e l’avvolse in un abbraccio. Edith s’abbandonò in quella presa e lasciò che le donne della casa si prendessero cura di lei.
Dopo un bagno caldo e dopo averle spazzolato i capelli, si ritrovarono nel soggiorno a prendere il tè.
Arance e limoni canditi, biscotti, piccoli cioccolatini al caramello e alcuni deliziosi sandwich con del prosciutto affumicato erano ordinatamente disposti su una bellissima alzata in argento, portata in dote dalla madre molti anni prima.
Edith fece ruotare la tazza in porcellana e la prese delicatamente dal manico. Erano porcellane inglesi di inizio ottocento, un regalo che il padre le portò da un viaggio di lavoro quando era solo una bambina.
“Mia cara”, ruppe il silenzio la donna, “Cos’è successo? Sono preoccupata, sai. Non si addice ad una donna di una famiglia tanto per bene quel tuo comportamento di prima”.
Edith sorrise amaramente e decise di risponderle, sorprendendo anche se stessa nel rompere il silenzio che l’aveva accompagnata in tutti quei mesi: “Non ricordo nulla del mese passato in ospedale, questo già ve l’ho detto. Ricordo solo l’ultimo giorno. Fu Alan a parlarmi. Fu lui a dirmi che…mi disse che…ecco, io aspettavo un bambino già da qualche mese quando fui ricoverata”, la signora Jenkins spalancò la bocca, incredula.
“Nausee, mal di testa: per me erano segni della gravidanza, non avrei mai pensato che loro… il tè…”
“Il tè?”, chiese con una punta di curiosità la donna.
Edith proseguì, “Alan mi disse che il bambino era già morto quando arrivai in ospedale. Il dottore preferì estrarlo dall’addome”. Deglutì e impose alla vedova di non farne mai più parola, con lei o con altri.
Il legame che univa le due donne era dettato dalla solitudine, dal bisogno di abbandonarsi l’una all’altra quando il male della vita e dei ricordi si faceva pressante e insopportabile. E, nonostante la signora Jenkins non nutrisse molto affetto per lei, s’instaurò dopo quel breve dialogo un rapporto di reciproco rispetto che la portò a non rivelare mai quanto apprese quel giorno.
Edith d’altro canto fu molto delusa da quel racconto. Le sembrò di non aver reso alcuna giustizia al figlio morto e di nuovo, prepotente, l’idea che in fondo nulla importava.
Spesso, in quel pomeriggio, portò la mano sul seno, stringendo forte la veste. Sentiva davvero, cioè percepiva chiaramente nel suo petto il suo cuore rompersi. Non servivano parole per esprimere quel dolore reale. Era Edith, quello era il suo nome. Non era un’emozione, una sensazione, un pensiero. O forse all’inizio, lo era. Ma ora non v’era nessuna distinzione: lei, Edith, era il suo dolore e il suo dolore era una giovane donna evanescente con una cicatrice sull’addome.
Il dolore aveva un viso, aveva mani e occhi. Il dolore si muoveva nell’aria e tutt’intorno erano vibrazioni strazianti. Esisteva, il dolore. E, così pareva, aveva lunghi capelli biondi ed un andatura lenta e stanca.

Ma Edith uscì di casa luminosa e fresca, nessuno quella sera avrebbe notato i segni dei mesi passati. Il vestito era di un bel colore turchese, in satin, con lo scollo a cuore ed il busto era finemente decorato con ricami argentati e piccoli fiori neri in segno di lutto. Cadeva morbido lungo i fianchi, grande novità destinata a segnare la moda del novecento.
I capelli, raccolti in un elegante chignon, erano fissati con piccoli fiori di diamanti e due ciocche di lunghi capelli ricci le scendevano lungo la schiena.
La carrozza era già arrivata da qualche minuto, miss Dumas l’aiutò ad indossare il soprabito e, senza rendersene conto, Edith si ritrovò già alla festa.
Fu accolta dalla festeggiata: erano tutti molto gentili e nessuno toccò scomodi argomenti. “Così gentili”, si ripeté. Sapeva che non erano necessarie parole, che la sola presenza lì bastava a far parlare i circoli più attivi per il resto della settimana.
“Oh, eccoti”, disse Alan ponendole delicatamente una mano sulla schiena. Edith al suo tocco trasalì ed istintivamente ruotò il capo dalla parte opposta, gettando gli occhi al pavimento.
“Sei arrivata in ritardo”, disse lui con tono di sfida.
“Bè, una decina di minuti in meno di discussioni sul perché quest’anno le balze non vanno più di moda”, rispose lei, accettandola.
“Vieni con me, ho una sorpresa”, il tono della sua voce era profondo e divertito, incuriosì molto Edith. Arrivarono nel suo studio e lui le indicò una macchina da scrivere, nuova di zecca.
“Ti piace? Me l’hanno portata dall’Italia, vorrei regalartela”.
“Oh, Alan, non potrei mai accettare”, disse stupita. Ma lui notò che la donna non riusciva a smettere di fissare quel miracolo della tecnologia. Ci fu una lunga pausa e non ci fu bisogno di una parola in più, si abbracciarono intensamente, in modo fraterno, nel modo in cui sempre si erano abbracciati. E mentre Edith fremeva all’idea di premere i primi tasti, Alan si domandava se non fosse quello l’amore vero: se l’amore vero non risiedesse in un abbraccio familiare.

“Signora Sharpe, condoglianze per le vostre perdite”, disse l’anziana nonna di Alan in modo sincero e folle. La tavola a quelle parole si bloccò per alcuni istanti, chi stava per brindare rimase col bicchiere sospeso a mezz’aria e più gli attimi correvano più sembrava strano riprendere a fare quel che si stava facendo.
Alan ruppe il silenzio, “La nonna sa sempre cosa dire, a volte io non so cosa dire, allora penso a cosa direbbe mia nonna e così rispondo. Ma ditemi se con gli anni non diventa sempre più inaffidabile, eh?”, tutti risero e nessuno ebbe il coraggio di riaprire l’argomento.
Nulla di tutto ciò, comunque, poté incrinare in alcun modo il buon umore di Edith.

A fine cena, si riunirono nel grande soggiorno. Eunice decise di dar prova delle sue doti di pianista e si scambiò una furba occhiata con la signora Mcmichael, che Edith notò appena. Ma ben presto capì.
Proprio in quella sala.
Eunice iniziò a suonare quel valzer.
E
Tutto
Si
Congelò.
Quanto tempo passava? Edith non lo sapeva. Non sapeva niente. Comprendeva appena, corpuscoli microscopici di parole sussurrate le arrivavano in testa, non dalle orecchie, non dal fuori, da dentro. Il senso di colpa sovrastava lei, sovrastava il mondo, si stagliava al di sopra di quella città in fiore e, trascinandosi dietro Edith, la portava più in alto, al di sopra dell’oceano. Da lì, da quel punto sperduto nel cielo, da quel punto nel blu, molto vicino alle stelle, lei vedeva una maestosa dimora decadente nelle lontane campagne del nord dell’Inghilterra. E vedeva l’argilla colare dalle pareti e inghiottire la casa e, come Crimson Peak, lei stessa veniva inghiottita dalla profonda verità: amava Thomas.
Lo sapeva, come quando arrivava la neve e allora sapeva che era inverno. Così lei sapeva di amarlo.
Allo stesso modo sapeva che per quanto immorale, ingiusto e orribile fosse, gli aveva perdonato ogni cosa.
C’erano fatti, domande, segreti e non avrebbe avuto alcuna risposta, ma non le servivano. Aveva tutte le risposte di cui aveva bisogno, erano molto chiare, si scioglievano così, attraverso le note di un valzer, al ricordo della luce di una candela che non si spense mai e che mai si spegnerà.
Un poco barcollò e, finita la melodia, si congedò lamentando un mal di testa. “Due settimane, son stata proprio brava, vedrai che non ne parleranno di meno”, sussurrò nell’orecchio di Alan, che sorrise dispiaciuto all’idea di non passare altro tempo con la ragazza.
“Mi dispiace”, rispose. Ma Edith non aveva nulla da rimproverargli e certamente non aveva nulla da rimproverare alla sua famiglia. In quanti l’avrebbero accolta ad una festa? Dopo quanto era accaduto?
Salutò anche la sorella di Alan: “Grazie per la cena”.
“E’ mio fratello”, disse minacciosamente lei, “A presto”, sorrise e andò a sedersi sul sofà con le amiche. Edith, colpita da quell’ardore, riconsiderò per un istante l’immagine molle e frivola che aveva di Eunice.

♦ ♦ ♦

La luna rimandava una fioca luce argentea dalla finestra, si posò sulla mano di Edith, abbandonata sul cuscino. Da tempo ormai non riusciva più a dormire serenamente e anche quella notte fu per lei molto agitata.
Si svegliò a notte fonda, dopo essersi rigirata nel letto per un po’, ancora nel dormiveglia decise di alzarsi. Scese dal letto a piedi scalzi, si lasciò guidare da un formicolio avvertito appena.
Aprì la porta e continuò a camminare lungo il corridoio. Non sapeva di preciso cosa stesse facendo, dove stesse andando né il motivo che l’aveva spinta ad andare in giro a quell’ora tarda. “Già, perché?”, si chiese seguendo i suoi pensieri e risvegliandosi un poco di più tanto da osservarsi criticamente.
Si girò indietro, mentre i suoi piedi la portavano verso la camera del padre. Guardò nuovamente in avanti e vide che non era lei a condursi, ma una figura nera la trascinava dal braccio lungo l’androne. Era la madre, Edith lanciò un urlo, che le si blocco in gola e provò a dimenarsi, spaventata alla vista dello scheletro fluttuante e angoscioso.
Lo spettro, però, a quelle resistenze reagì con violenza, spalancò la bocca e, latrando in modo straziante, strinse con più veemenza il polso della giovane, che si slogò provocando nuovo dolore nel corpo già tormentato di Edith.
“Perché, madre?”, chiese lei supplicando, mentre le lacrime, copiose, le incorniciavano il viso.
A quelle parole, il fantasma ammutolito lasciò la presa. Si fissarono intensamente per alcuni minuti: un po’ per studiarsi, come in un duello. Un po’ a ricordare quanto si era perso in quella vita, stremate dalla quantità di insulti che i loro corpi e, di più ancora i loro spiriti, avevano ingiustamente subìto.
Il cuore di Edith prese a battere più lentamente, il suo respiro si placò e proprio quando sembrava di poter recuperare la calma, il fantasma le si avventò contro, attraversandola. Fu colta da un freddo terribile, avvertiva il profondo vuoto che la morte portava con sé. Fu un attimo: svenne sul pavimento di legno, sospirando per la stanchezza insopportabile.
Dov’era?
In un sogno?
Istintivamente chiuse gli occhi, cercando di adattarli alla luce del mattino. Il cielo era limpido ma senza sole e riconobbe a pochi metri da lei l’imponente dimora di Allerdale Hall.
In quell’istante avvertì i fiocchi di neve sciogliersi sotto i suoi piedi ed un freddo pungente le irrigidì l’estremità del corpo. Sentì il sangue concentrarsi sulle gote.
Gli organi le si rimestavano dentro e vomitò il poco cibo che aveva ingerito a cena.
Quindi la cena era reale?
Non lo era lei, forse. Sì, forse l’unica irreale era lei.
Stava lì, sospesa tra due mondi.
Paralizzata, sul terreno ghiacciato.
Respirava affannosamente e per qualche momento pensò che il suo torace stesse per esplodere sotto il peso del suo delirio.
Stava impazzendo.
Era l’unica ovvia conclusione e desiderava soltanto ritornare indietro. Ritornare a quando, poche ore prima, aveva salutato Alan sulla porta. Se l’avesse saputo, si sarebbe ancorata alla sua giacca, come una bimba, come una disperata.
Davanti a tutti, l’avrebbe fatto. Piuttosto che ritrovarsi nel nulla, nei ricordi di qualcuno, nel nulla.
Un rumore terribile e continuo giunse alle sue orecchie, ridestandola dai suoi pensieri e si vergognò di aver pensato di non essere in grado di andare fino in fondo, di scavare nell’abissale follia della sua mente.
Con una smorfia di dolore si sollevò e, barcollando, giunse alle porte della stalla. Non ne aveva mai sospettato l’esistenza, ma in effetti appena giunse a Crimson Peak la neve cadde fitta e Lucille la relegò in casa. Tranne quel giorno, alle poste…
Scacciò via il pensiero, risoluta.
Si avvicinò alla pesante porta di legno e inserì il suo sguardo tra le fessure.
Quello che vide la sconvolse.
Una bimba piangeva, furente. Aveva dei bei capelli ramati e lineamenti distorti in smorfie d’odio. Con una mannaia si accaniva su un agnello ormai morto.
Un colpo.
Un colpo.
Un altro colpo.
La lama si conficcava con precisione nello stesso punto su una delle travi di legno e fiotti di sangue le macchiavano il vestito.
Un uomo senza volto giunse dalla profondità della stalla.
La bambina lo fissava, sfidandolo con gli occhi.
Senza parlare il senza volto gettò ai suoi piedi un altro agnello.
“Anche questo”, disse con tono disumano.
Stava per raggiungere la porta, Edith trasalì.

Gli occhi le bruciarono e non ebbe il tempo di versare la prima lacrima che fu trascinata indietro, nel buio.

Sentì un gran vociare, aprì appena gli occhi e si ritrovò per terra, nella stessa posizione in cui s’era accasciata la notte. Le giovani domestiche piangevano fragorosamente, la più anziana era corsa ad aprire la porta e iniziò a parlare con una voce maschile, “Alan”, pensò. Avrebbe voluto alzarsi in piedi, ma non riuscì a muoversi e di nuovo, svenne.

*Tratto da “Little talks”, artista: Of Monsters And Man

CAPITOLO 4 – FRAGILE Speciale di San Valentino

Erano trascorsi già un paio di giorni dalla notte passata alle poste. Thomas era poco presente, trascorreva le giornate in soffitta, tra mille progetti che sperava di realizzare una volta arrivata la primavera.
Quando giungeva la sera, cenavano tutti e tre insieme senza rivolgersi la parola, dopodiché Thomas la riaccompagnava in camera e ritornava dalla sorella, ancora visibilmente scossa dalla notte che aveva passato da sola.
Edith non si oppose al volere del marito. In effetti, lei stessa si rese conto della sofferenza della donna. Spesso, capitava che Lucille interrompesse i lunghi silenzi che accompagnavano i pasti con lunghe conversazioni su qualche avo importante della famiglia, ad un certo punto s’incantava a guardare un punto fisso sul muro e non c’era modo di ridestare la sua attenzione.
In qualche modo, Edith era grata a Thomas per essere lui ad occuparsi di quella figura fragile. Fragile? Prima di quell’evento non avrebbe davvero mai usato la parola “fragilità” per riferirsi a Lucille. Eppure lo era. Lei stessa, che iniziava ad accusare una certa stanchezza, fisica e mentale, pensava di non essere tanto debole quanto l’altra donna.
Quel giorno scorreva esattamente come i precedenti, dopo aver intrecciato i capelli ed aver indossato un vestito caldo, Edith si accoccolò sulla poltrona della sua camera, tra il caminetto acceso e la finestra. Trafugò un paio di libri dalla biblioteca della casa ed iniziò a leggere avidamente. Crimson Peak era una dimora inquietante, continui scricchiolii e soffi leggeri si udivano ogni momento, ma ormai la ragazza si era abituata a quei rumori spettrali. Li trovava affascinanti, anzi! E le permisero di trovare nuova ispirazione per le sue storie. Soprattutto, amava i colori caldi e cupi delle stanze, in così netto contrasto con il bianco acceso della neve che imperava fuori dalla finestra.
Di solito, si divertiva a girovagare un poco per la casa, ma in quei giorni non volle metter piede fuori dalla camera se non per nutrirsi. In effetti, Lucille era particolarmente…ancora una volta, le venne in mente quella parola stonata, “fragile”.
Improvvise risate o intensi pianti si univano al vociare profondo della casa, conferendole un’aura, se possibile, ancora più sinistra.
Non era ancora mezzogiorno, quando sentì bussare alla porta.
“Sì?”, rispose lei timidamente, sperando che non ci fosse Lucille dall’altra parte.
Scorse immediatamente Thomas, con gli occhi rivolti verso il basso e un sorriso triste sul volto.
Allarmata, Edith posò il libro sulla poltrona e si avvicinò all’entrata della stanza, tendendo le mani verso Thomas, che le si buttò tra le braccia, sorprendendola.
Chiuse la porta e lo condusse verso la poltrona su cui era seduta lei poco prima. Si abbassò sulle ginocchia, così da poter incrociare il suo sguardo.
Lui avvicinò una mano al suo viso, accarezzandola, mentre con l’altra sosteneva la sua fronte.
“Cosa succede?”, chiese la ragazza.
“Io…io non so, non so se sto facendo la cosa giusta, sai?”. Edith esitò, cosa doveva aspettarsi? Di cosa stava parlando? Thomas era un uomo estremamente sensibile e colse subito i dubbi che le si balenarono davanti agli occhi.
“Oh”, pronunciò appena e avvicinò il suo viso, sfiorando con la bocca le labbra di Edith.
A quel contatto, seppur lieve e casto, Edith trasalì e mentre lui stava distaccandosi, lei lo rincorse e con più desiderio cercò nuovamente quell’unione.
Thomas ne fu sorpreso, fu sorpreso da molte cose. Da quel gesto spontaneo, che non pensava di poter ricevere da una donna tanto bella. Fu sorpreso dal brivido che iniziò a percorrergli la schiena e dalla pulsante eccitazione che provava mentre si stringevano più forte. E di certo non si aspettava di poter essere ancora felice, di potere godere ancora di un’emozione pura, onesta, incorrotta.
Altre donne l’avevano amato, ma non in quel modo, nessuna di loro era tanto consapevole del mostro che era. Amavano l’inganno. Ma Edith no. Di sicuro molte cose le ignorava, certo. Ma aveva una certa percezione, aveva un dubbio, un presentimento. E Thomas rimase subito colpito da quell’innata capacità che Edith aveva di leggere le persone e le situazioni. Era certo che lei non ne avesse ancora alcuna consapevolezza, ma sapeva che sarebbe sbocciata, di lì a qualche anno, in una donna meravigliosa.
Se solo non avessero deciso di ucciderla.
A quel pensiero, allontanò bruscamente Edith, che ricadde all’indietro sul pavimento freddo.
“Non c’è altro modo, Thomas! Lo sai! Non è il momento di farsi guidare dalla morale!”, le parole di Lucille risuonavano nella sua testa come una condanna. Una condanna di morte, ma non quella di Edith, quella della sua anima.
Edith, d’altro canto, non si scompose troppo e sbalordendo anche se stessa, prese la mano di Thomas e con occhi languidi gli accarezzò le ferite che gli aveva curato qualche settimana prima.
La dolcezza delle sue intenzioni commosse nuovamente Thomas. Si baciarono ancora con passione fino allo schiudersi delle labbra e al leggero tocco della lingua.
Lentamente, le sciolse i capelli e fece scivolare sul pavimento il vestito. Slacciò il corsetto e tolse la sottogonna. Edith si alzò in piedi, infreddolita, dirigendosi verso l’imponente letto e si nascose sotto le coperte. Solo a quel punto Thomas si risvegliò da quel torpore, era stato come un sogno e desiderava poter riuscire nella sua mente a ricordare quelle curve sinuose e perfette.
Nudo, la raggiunse sotto le lenzuola. L’avvicinò a sé, assaporando un gemito che la ragazza non riuscì a trattenere, per la prima volta assaporava il calore che emanava il suo corpo.
“Thomas”, sospirò appena, mentre il marito le stampava una scia di baci che dal collo si dirigevano più giù, verso luoghi inesplorati della sua femminilità. Gemette inarcando la schiena quando Thomas racchiuse tra le sue labbra i capezzoli, suggendoli con desiderio.
Ma non indugiò a lungo su quel punto così sensibile. Giunse sul monte di venere e percepì i muscoli di Edith contrarsi dall’eccitazione.
La sua lingua lambiva terre inesplorate e in Edith cresceva il desiderio di essere sua, di appartenergli ancora una volta.
“Thomas”, sospirò ancora. A quel richiamo, lui ritornò sul suo viso, premendo la sua eccitazione contro il bacino di lei.
“Ti prego”, implorò Edith, vergognandosi di se stessa per quella richiesta così esplicita.
Lui, colto quel rossore genuino sulle sue gote, non poté resistere di più e s’introdusse dentro di lei, mentre lei con più forza l’avvolgeva con le braccia.
“Edith”, sospirò con voce roca, spingendo con più amore di quanto pensava di averne dentro di sé.
Tornò a baciarle il seno mentre con vigore le afferrava il fianco.
Edith seguiva i suoi movimenti, i loro corpi combaciavano perfettamente. E più notava queste cose, più sentiva di essere a casa, una casa che non avrebbe mai scelto ma che il destino desiderava per lei.
Vedeva, in quel momento, quanto lui fosse la sua unica scelta possibile.
“Ti amo”, gli disse, guardandolo fisso negli occhi.
“Ti amo”, rispose lui dopo qualche istante, rigettandosi sulle sue labbra mentre il respiro si fece irregolare e le spinte più forti.
Edith si arpionò alle sue spalle e perse completamente il controllo di sé in preda a spasmi incontrollati.
E Thomas coprì con i suoi gemiti quelli della ragazza, ricercando le sue labbra da cui non avrebbe voluto più separarsi.

“Thomas”, erano ancora distesi in quel letto, nudi e abbracciati.
“Cos’è successo prima?”, chiese Edith alzando appena gli occhi.
“Lucille, penso che non stia bene.”
“Cosa intendi?”
“Non è molto presente. Non so, era già successo in passato ma non così. Ed io non penso di farcela, di riuscire ad occuparmi di tutto, della casa, di lei.”
“Ci sono io!”
“Lo so, ma non voglio coinvolgerti. Devo occuparmene io.”
“Cosa pensi di fare allora?”
“Finito l’inverno, vorrei portarla in Svizzera. La curarono per alcuni anni lì e sembrò migliorare un poco.”
“Per cosa la curarono?”
“Oh, non me ne intendo. Diciamo che Lucille è particolarmente…fragile.”
A quella parola, Edith sussultò e, spaventata, chiuse gli occhi per riposare e lasciò cadere la conversazione.

CAPITOLO 5 – L’aria dolce d’estate

 

“E alcuni giorni non posso nemmeno fidarmi di me stessa…”
“Vederti così mi uccide.”*

Quanto tempo era passato? Edith percepì la seta delle lenzuola sotto i polpastrelli. Dov’era? Strinse le dita tirando a sé il tessuto e decise di aprire gli occhi. Si ritrovò nella sua camera da letto, sola. L’arredamento era scarno, aveva venduto ogni mobile dopo essere partita con Thomas.
Ma non sentiva davvero il bisogno di nessuna delle belle cose che il padre le aveva comprato durante la sua giovinezza. Nulla aveva più valore, ora che era sola.
Decise che non si sarebbe mossa da lì, in fondo non voleva nulla e non aveva bisogno di nulla.
Rimase ferma per giorni in quella posizione, con gli occhi sbarrati e respirando appena. Le domestiche riuscivano a farle mangiare qualche cucchiaio di minestra, ma nulla di più. L’aiutavano a vestirsi e a lavarsi, a detta loro era: “Come aver a che fare con un’infante, sissignore! Mai vista una cosa del genere!”.
Alan e la vedova passavano a trovarla ogni giorno, ma lei neanche li vedeva. E non li sentiva. Davanti ai suoi occhi le orride immagini dei suoi incubi si fondevano con i fatti reali di cui era stata testimone.
Quei pensieri arrivavano, le percorrevano l’intestino e la paura prendeva il sopravvento, accalorandole il viso e disegnandole sul volto un’espressione vuota e terribile.
Qualsiasi contatto, seppure gentile e leggero che fosse, la faceva trasalire e così nessuno le si avvicinò più.
“Ci sono delle strutture per i brutti mali della mente!”, disse la vedova Jenkins al dottore.
“Se mi permette, strutture in cui manderebbe una figlia?”, chiese Alan senza distogliere lo sguardo dalla giovane.
La donna non rispose, se non con una smorfia di disprezzo verso colui che sottilmente aveva assunto che per lei Edith valesse meno di nulla.
“Mi scusi”, riprese l’uomo, “Ma non voglio davvero pensare che passerà il resto della sua vita lì, chiusa in una cella.”
“Certo, certo. Ma non penso che qui riceva tutte le cure di cui ha bisogno. Potremmo farla ricoverare in ospedale”, esitò.
“Potremmo dire che ha preso una febbre devastante e che il secondo giorno l’abbiamo trovata così. Non si dimentichi dei lividi che si è procurata! Oh, non posso davvero pensarci!”, aprì teatralmente il ventaglio e si portò il dorso della mano vicino alla tempia.
Alan stava per controbattere ma, al ricordo dei polsi violacei di Edith, congiunse le punte delle dita davanti al naso e continuò a riflettere in silenzio.

Passarono diverse settimane: nonostante le notti continuassero ad essere fresche e ventilate, l’aria tiepida del mezzodì rischiarava di liete promesse le anime degli abitanti di Buffalo.
Edith, tuttavia, s’era costretta nella prigione che lei stessa s’era creata: rinnegava il suo corpo, i suoi occhi che avevano visto certe cose e le sue orecchie che avevano udito certe cose e le sue mani che avevano toccato e percepito e ucciso.
Rinnegava la sua mente, che le aveva costruito un ponte per la non-esistenza, così la chiamava lei.
E non si rendeva conto, mentre si rinchiudeva in questi pensieri, che proprio in tal modo ella si negava all’esistenza vera.
Una sera, questa idea le giunse, illuminandole la mente.
Forse, ciò di cui aveva avuto bisogno era di un poco di tempo, per comprendere e comprendersi.
Si alzò, mettendosi seduta sul letto. La finestra era leggermente aperta ed entrava la gentile brezza d’inizio luglio.
L’attirava a sé e la giovane donna s’avvicino a piedi scalzi al davanzale. Il vento le spostava indietro i capelli, come per accarezzarla, e spontaneamente inclinò un poco di lato il viso e abbassò le palpebre in risposta. L’aria dolce d’estate le si posò sulle labbra in modo innaturale.
Riaprì immediatamente gli occhi, non era una sensazione nuova. Aveva dimenticato ma ora ricordava.
Era come quando ad Allerdale Hall aveva sentito per la prima volta il nome di Crimson Peak e le era tornato in mente l’avvertimento del fantasma materno.
Allo stesso modo ricordò, “Come l’aria dolce d’estate, quando s’arrampica sui palazzi ed entra dalla finestra”. Ripeté a se stessa le parole che pensò quando per la prima volta le labbra di Thomas si unirono alle sue.
Spazientita dalla sua mente che si prendeva gioco di lei, urlò con rabbia e gettò sul pavimento un vaso di porcellana.
Ansimò un poco e poi, piangendo, sussurrò appena al Vuoto: “E alcuni giorni non posso nemmeno fidarmi di me stessa…”
“Vederti così mi uccide.”*, bisbigliò il vento.
Non ne fu sorpresa, portò le ginocchia al petto e rimase in silenzio ad ascoltare.

Poco dopo le giunse all’orecchio un gran baccano di voci dal piano di sotto. Qualche attimo dopo, udì bussare alla porta.
“Sì?”
“Lasci fare a me, lasci fare a me…”, sentì la vedova Jenkins dire sottovoce a qualcuno, “Cara, possiamo entrare?”
“Certo”
C’erano anche Alan ed il dottore di famiglia, con tutte le domestiche in piedi dietro di loro.
“Oh povera piccola, forza, andate a preparare qualcosa di caldo!”, ordinò la vedova alle cameriere, mentre Alan prese tra le braccia Edith, livida per il freddo, per rimetterla a letto.
“E bisogna anche togliere i cocci dal tappeto!”, urlò l’anziana donna, notando il vaso in frantumi.
Il dottore iniziò a visitarla.
“E’ notte fonda”, disse Edith.
“Sì, ci ha chiamato Rosaline, dicendo che avevano sentito dei rumori provenire dalla tua camera”, rispose Alan.
“Mi dispiace, dev’essere stato molto spiacevole essere svegliati nel mezzo della notte.”
“Oh! Suvvia! L’importante è che si è ripresa, bambina”, rispose la vedova, mentre Alan prese ad accarezzarle teneramente la guancia.
“E’ perfettamente in salute, non servirà andare in ospedale”, sentenziò il dottore.
“Oh, grazie al Cielo!”, la donna si occupò di darle da mangiare e, una volta che la giovane chiuse gli occhi, sia lei che Alan abbandonarono la dimora.

♦ ♦ ♦

“Dormi con me?”
“Sì”
“Thomas?”

Lucille prese tra le mani il viso del fratello. Thomas s’avvicino alla sua bocca, bramoso di quel calore che ritrovava di nascosto ogni notte nella loro camera.

Stava per schiudere le labbra e posarle su quelle della sorella, ma Lucille lo indirizzò verso il suo seno.

Il ragazzo provò ad opporsi al volere della giovane, ma il suo animo era pigro e la sua integrità era stata già scalfita. Era disgustato dal suo corpo, dall’impulso incontrollabile. E, piangendo rabbiosamente, s’avventò sulla pelle di lei, baciandola e suggendone ogni millimetro.

Le lacrime si mescolavano all’eccitazione, il desiderio con la paura, l’ordine con il peccato. Ogni limite conosciuto moriva durante la notte, consumando e conquistando ogni volta un poco di libertà in più.

Edith era lì, nella soffitta dei due amanti fratelli. La bocca spalancata e gli occhi fissi su di loro.

“Solo un’ultima volta”, udì il sussurro della giovane. Lucille si mise a cavalcioni su di lui, sollevandosi la camicia da notte ed imponendosi con il suo corpo sulla volontà del fratello.

Iniziò a muoversi su di lui, stimolando l’erezione di Thomas, che con un braccio la rigirò prendendo il comando. Entrò dentro di lei e, ad ogni spinta, Lucille gemeva con più foga.

Edith era paralizzata, disgustata e tuttavia non riusciva a distogliere lo sguardo.

Ad un tratto avvertì lo scricchiolio familiare delle scale di Crimson Peak, alle sue spalle s’aprì la porta della soffitta. Delle urla confuse imperavano, Lucille e Thomas, spaventati, si girarono, ricoprendosi con le lenzuola.

L’anziana, che Edith riconobbe come la donna del ritratto nel grande salone, prese dai capelli la giovane e la costrinse in ginocchio sul pavimento, mentre Thomas piangeva e guardava impotente.
“Madre!”, implorò Lucille.
La donna prese a picchiare selvaggiamente col bastone la schiena della figlia, che in poco tempo si ricoprì di sangue e di ferite profonde. Edith notò che tuttavia la sua pelle era già solcata da tante e meno recenti cicatrici.
Quando la donna fu soddisfatta, spinse di lato la ragazza e richiamò il fratello.
Tremando, il piccolo Thomas si sedette nella stessa posizione di Lucille, chiuse gli occhi in attesa della punizione.
Ma prima di iniziare, la madre si rivolse alla sorella, “Guarda!”, urlò, ma ella continuò a fissare il pavimento. “Guarda quello che hai fatto!”, urlò ancora e la ragazza spostò un poco gli occhi sul ragazzo. La madre iniziò ad accanirsi con ancora più ferocia su di lui, colpendogli la schiena e le parti intime.
Li abbandonò sul pavimento ed uscì dalla camera, non prima di aver chiarito che quella sarebbe stata l’ultima notte che avrebbero passato nella stessa casa.
Per un tempo illimitato Edith restò lì in piedi, immobile, senza un pensiero, senza un’emozione, spoglia di qualsiasi sentimento umano.
Finchè Thomas alzò gli occhi.
Fissò Edith per dei lunghi minuti, come se riuscisse a vederla, come se implorasse il suo perdono. Come se chiedesse il suo aiuto. Ma non poteva vederla, giusto? Edith si rese conto che non doveva trovarsi lì, che era in un sogno. Lo era, no? Era come in un sogno.

Non si può tornare nel passato.
Non si può tornare indietro.
Non si può vedere.
Non si può camminare nel passato.

Lucille urlò improvvisamente, Edith riconobbe quali emozioni esplodevano nei suoi occhi. Con le ultime forze rimaste, si mise in piedi e corse fuori dalla camera. Edith rivolse un ultimo sguardo a Thomas, lui sibilò qualcosa, il suo nome, pensò. Ma non era possibile, non doveva pensare a queste cose, si stava solo suggestionando.
Lucille uscì nella tormenta, girò intorno alla dimora ed entrò nella stalla, dove Edith l’aveva vista da bambina. Prese una mannaia e ritornò in casa, salì nella camera della madre.

“Lucille, sei tu?”
“Sì, madre.”
Camminava lenta lungo il corridoio che portava al bagno della camera.
“Resta in camera tua”.
Edith non proseguì oltre, aveva intuito cosa stava per succedere. Udì la madre urlare e solo dopo pochi secondi vide Lucille trascinarsi verso il letto, con occhi iniettati di sangue. Si fermò all’improvviso, a metà del corridoio. Piegò di lato la testa ed Edith ebbe l’orrenda sensazione che Lucille la vedesse. Ma non poteva essere così. Era solo un sogno. Solo un sogno.
“Solo un sogno”, bisbigliò Edith.

Ma invece Lucille sollevò in aria la mannaia, urlando, e corse verso di lei, che istintivamente si coprì il volto con un braccio.

*Tratto da “Little talks”, artista: Of Monsters And Man

 

 

CAPITOLO 6 – La medium

“Perchè anche se la verità si trasforma

Questa nave porterà i nostri corpi in salvo sulla riva” *

Il buio della notte sfumava lentamente in un tiepido celeste. Le strade di Buffalo, deserte, erano umide di pioggia. Agli angoli delle vie facevano capolino gli accenditori, accompagnati dal fragore delle ruote dei carri dei contadini, che di buon’ora si recavano al mercato.

I gabbiani volteggiavano tra i palazzi, planavano sul porto per poi risalire su qualche cornicione per consumare le prede.

Qualsiasi uomo, scostando appena le tende, non avrebbe potuto far altro che ammirare l’evanescente energia che la città, viva e presente, emanava di buon mattino.

Ma Edith non aveva tempo per guardare fuori dalla finestra.

Si era appena svegliata da quell’incubo, che subito si accorse della profonda ferita sul braccio. Non dovevano ritrovarla in quello stato, non dopo tutto quello che era successo in quei mesi. Chi avrebbe creduto, a quel punto, alle sue parole? Che non si era procurata da sola quel taglio?

Freneticamente, prese un pezzo di stoffa da uno dei cassetti per tamponare il braccio e scivolò, silenziosa, nel bagno più vicino. Eseguì meccanicamente gli stessi movimenti che vide fare ad Alan una volta, quando suo padre cadde da una scala, disinfettando così la ferita.

Per sua fortuna, non era molto profonda e in poco tempo il sangue coagulò.

Una volta ritornata in camera, tolse le lenzuola insanguinate e, con del sapone che aveva rimediato prima, iniziò a strofinare il tessuto.

Quando le domestiche entrarono nella sua stanza per svegliarla, la trovarono distesa sul letto sfatto. La giovane avanzò una qualche scusa e loro, abituate alle stranezze della ragazza, non fecero domande.

Fu solo dopo colazione che Edith ebbe finalmente qualche minuto per riflettere su ciò che era accaduto.

Si odiava per essere stata così molle ed emotiva, era il fantasma di sé stessa e, per di più, era anche meno consistente dei fantasmi che popolavano i suoi incubi.

Sempre che si trattassero di fantasmi. Sempre che i fantasmi potessero ferire qualcuno in sogno.

O forse era lei il fantasma, forse lei era destinata a viaggiare, incorporea, tra i mondi e le dimensioni.

Comunque, non era il caso di rimanere confinata nei suoi pensieri. Non era così che immaginava la sua vita ma, soprattutto, non auspicava questo per se stessa. Aveva le sembianze delle donne che prendeva in giro qualche anno fa.

Lei, così forte, vittima di uno dei più classici inganni.

Indipendente, sposa confinata in una terra sperduta.

Innamorata, tradita ogni notte, nel silenzio della sua casa.

E poi le morti, il sangue, il ritorno, i pettegolezzi, i fantasmi, gli incubi, il sonno. Gli incubi.

Quand’è che era diventata così lamentevole?

Rigirò tra le mani un piccolo foglietto, indecisa sul da farsi. Verso sera, ancora un poco esitante, si diresse verso il centro della città.

Le case più centrali erano anche le più vecchie, costruite a inizio 800’ e perciò già segnate dal tempo. I palazzi erano meno imponenti e poco curati, si accostavano senza pudore l’uno all’altro e le strade si assottigliavano man mano che ci si incamminava nelle sue viscere.

Edith, avvolta in un soprabito spartano, si rintanava nel calore del tessuto. Camminava, vigile, ai bordi delle vie, ritirandosi dentro ad una qualche stradina secondaria, non appena udiva passi sconosciuti venirle incontro. Si fermò davanti ad una delle casupole e bussò su una porta fatiscente.

Una vecchia comparve sull’uscio. Edith le si buttò al collo e l’anziana donna ricambiò immediatamente l’abbraccio.

“Margaret!”, sussurrò al suo orecchio con dolcezza.

Una volta separate, Edith notò l’olezzo che proveniva dalla casa, ma si costrinse a non storcere il naso ed entrò nella povera dimora.

Margaret Byrne, la veggente che suo padre le presentò quando era solo una bambina. La medium che, in pochi incontri, la rasserenò e le spiegò ogni cosa del suo dono. E la giovane tornava nuovamente da lei, con nuove ed angoscianti domande. Chi, se non la signora Byrne, avrebbe potuto avere delle ottime risposte?

L’anziana donna accese una lampada ad olio, la luce esitò su mobili in legno pregiato, ormai consunti e traballanti.

Edith ripose su una sedia il suo soprabito ed iniziò a raccontare alla medium ogni cosa che le era accaduta in quegli anni.

Ogni tanto, soprattutto durante la descrizione dei momenti più cruenti o assurdi, la giovane rivolgeva il suo sguardo verso l’indovina, che rimase tuttavia impassibile per tutto il tempo del racconto. Edith se ne sentì confortata, ma evitò ugualmente di parlare degli eventi dell’ultima notte. Insomma, persino per lei era assurdo pensare di essere in grado di viaggiare nel tempo.

“E’ tutto?”

“Sì”, rispose Edith, un poco insicura. Scoprì dagli occhi della vecchia, che non riusciva ancora a mentire in modo credibile.

“Va bene così, non serve che tu mi dica tutto adesso.”

“Cosa devo fare?”

“Oh, tu non devi fare nulla. E’ più utile sapere dove vuoi arrivare.”

“Io…non lo so”, mentì. Edith sapeva perfettamente cosa desiderava: tornare indietro, salvare il marito o amarlo almeno un’altra volta, con la consapevolezza che il “per sempre” sarebbe durato un attimo appena. Ma in realtà, non era molto convinta dei suoi desideri, fino ad ora l’avevano tradita. In più, anche se non conosceva fino in fondo i rischi che accompagnavano il suo dono, si rendeva conto che era tanto innaturale da non portare nulla di buono. Così continuo: “Vorrei poter controllare i miei sogni, cioè decidere io quando…viaggiare. E poi, vorrei conoscere ciò che il mio dono comporta, vorrei usarlo nel modo giusto. Ma che ne so, che ne so se esiste un modo giusto e uno sbagliato?”

Farfugliava e rideva, non riuscendo a comprendere le sue stesse parole. Anche la vecchia sorrideva, le porse una tazza con una calda tisana e riprese a parlare.

“Cara bambina mia, non preoccuparti, bevi questa e vai a casa, domani torna da me sempre verso la stessa ora.”

Le donò una collana, per proteggerla dagli incubi, le disse.

Edith esitò nell’accettarla, in fondo gli incubi erano l’unico modo che conosceva per rivedere Thomas.

*Tratto da “Little talks”, artista: Of Monsters And Man*

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