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A Crimson Dream – Cap.5 UNCENSORED (fan fiction su Crimson Peak)

CAPITOLO 5 – L’aria dolce d’estate

 

“E alcuni giorni non posso nemmeno fidarmi di me stessa…”
“Vederti così mi uccide.”*

Quanto tempo era passato? Edith percepì la seta delle lenzuola sotto i polpastrelli. Dov’era? Strinse le dita tirando a sé il tessuto e decise di aprire gli occhi. Si ritrovò nella sua camera da letto, sola. L’arredamento era scarno, aveva venduto ogni mobile dopo essere partita con Thomas.
Ma non sentiva davvero il bisogno di nessuna delle belle cose che il padre le aveva comprato durante la sua giovinezza. Nulla aveva più valore, ora che era sola.
Decise che non si sarebbe mossa da lì, in fondo non voleva nulla e non aveva bisogno di nulla.
Rimase ferma per giorni in quella posizione, con gli occhi sbarrati e respirando appena. Le domestiche riuscivano a farle mangiare qualche cucchiaio di minestra, ma nulla di più. L’aiutavano a vestirsi e a lavarsi, a detta loro era: “Come aver a che fare con un’infante, sissignore! Mai vista una cosa del genere!”.
Alan e la vedova passavano a trovarla ogni giorno, ma lei neanche li vedeva. E non li sentiva. Davanti ai suoi occhi le orride immagini dei suoi incubi si fondevano con i fatti reali di cui era stata testimone.
Quei pensieri arrivavano, le percorrevano l’intestino e la paura prendeva il sopravvento, accalorandole il viso e disegnandole sul volto un’espressione vuota e terribile.
Qualsiasi contatto, seppure gentile e leggero che fosse, la faceva trasalire e così nessuno le si avvicinò più.
“Ci sono delle strutture per i brutti mali della mente!”, disse la vedova Jenkins al dottore.
“Se mi permette, strutture in cui manderebbe una figlia?”, chiese Alan senza distogliere lo sguardo dalla giovane.
La donna non rispose, se non con una smorfia di disprezzo verso colui che sottilmente aveva assunto che per lei Edith valesse meno di nulla.
“Mi scusi”, riprese l’uomo, “Ma non voglio davvero pensare che passerà il resto della sua vita lì, chiusa in una cella.”
“Certo, certo. Ma non penso che qui riceva tutte le cure di cui ha bisogno. Potremmo farla ricoverare in ospedale”, esitò.
“Potremmo dire che ha preso una febbre devastante e che il secondo giorno l’abbiamo trovata così. Non si dimentichi dei lividi che si è procurata! Oh, non posso davvero pensarci!”, aprì teatralmente il ventaglio e si portò il dorso della mano vicino alla tempia.
Alan stava per controbattere ma, al ricordo dei polsi violacei di Edith, congiunse le punte delle dita davanti al naso e continuò a riflettere in silenzio.

Passarono diverse settimane: nonostante le notti continuassero ad essere fresche e ventilate, l’aria tiepida del mezzodì rischiarava di liete promesse le anime degli abitanti di Buffalo.
Edith, tuttavia, s’era costretta nella prigione che lei stessa s’era creata: rinnegava il suo corpo, i suoi occhi che avevano visto certe cose e le sue orecchie che avevano udito certe cose e le sue mani che avevano toccato e percepito e ucciso.
Rinnegava la sua mente, che le aveva costruito un ponte per la non-esistenza, così la chiamava lei.
E non si rendeva conto, mentre si rinchiudeva in questi pensieri, che proprio in tal modo ella si negava all’esistenza vera.
Una sera, questa idea le giunse, illuminandole la mente.
Forse, ciò di cui aveva avuto bisogno era di un poco di tempo, per comprendere e comprendersi.
Si alzò, mettendosi seduta sul letto. La finestra era leggermente aperta ed entrava la gentile brezza d’inizio luglio.
L’attirava a sé e la giovane donna s’avvicino a piedi scalzi al davanzale. Il vento le spostava indietro i capelli, come per accarezzarla, e spontaneamente inclinò un poco di lato il viso e abbassò le palpebre in risposta. L’aria dolce d’estate le si posò sulle labbra in modo innaturale.
Riaprì immediatamente gli occhi, non era una sensazione nuova. Aveva dimenticato ma ora ricordava.
Era come quando ad Allerdale Hall aveva sentito per la prima volta il nome di Crimson Peak e le era tornato in mente l’avvertimento del fantasma materno.
Allo stesso modo ricordò, “Come l’aria dolce d’estate, quando s’arrampica sui palazzi ed entra dalla finestra”. Ripeté a se stessa le parole che pensò quando per la prima volta le labbra di Thomas si unirono alle sue.
Spazientita dalla sua mente che si prendeva gioco di lei, urlò con rabbia e gettò sul pavimento un vaso di porcellana.
Ansimò un poco e poi, piangendo, sussurrò appena al Vuoto: “E alcuni giorni non posso nemmeno fidarmi di me stessa…”
“Vederti così mi uccide.”*, bisbigliò il vento.
Non ne fu sorpresa, portò le ginocchia al petto e rimase in silenzio ad ascoltare.

Poco dopo le giunse all’orecchio un gran baccano di voci dal piano di sotto. Qualche attimo dopo, udì bussare alla porta.
“Sì?”
“Lasci fare a me, lasci fare a me…”, sentì la vedova Jenkins dire sottovoce a qualcuno, “Cara, possiamo entrare?”
“Certo”
C’erano anche Alan ed il dottore di famiglia, con tutte le domestiche in piedi dietro di loro.
“Oh povera piccola, forza, andate a preparare qualcosa di caldo!”, ordinò la vedova alle cameriere, mentre Alan prese tra le braccia Edith, livida per il freddo, per rimetterla a letto.
“E bisogna anche togliere i cocci dal tappeto!”, urlò l’anziana donna, notando il vaso in frantumi.
Il dottore iniziò a visitarla.
“E’ notte fonda”, disse Edith.
“Sì, ci ha chiamato Rosaline, dicendo che avevano sentito dei rumori provenire dalla tua camera”, rispose Alan.
“Mi dispiace, dev’essere stato molto spiacevole essere svegliati nel mezzo della notte.”
“Oh! Suvvia! L’importante è che si è ripresa, bambina”, rispose la vedova, mentre Alan prese ad accarezzarle teneramente la guancia.
“E’ perfettamente in salute, non servirà andare in ospedale”, sentenziò il dottore.
“Oh, grazie al Cielo!”, la donna si occupò di darle da mangiare e, una volta che la giovane chiuse gli occhi, sia lei che Alan abbandonarono la dimora.

♦ ♦ ♦

“Dormi con me?”
“Sì”
“Thomas?”

Lucille prese tra le mani il viso del fratello. Thomas s’avvicino alla sua bocca, bramoso di quel calore che ritrovava di nascosto ogni notte nella loro camera.

Stava per schiudere le labbra e posarle su quelle della sorella, ma Lucille lo indirizzò verso il suo seno.

Il ragazzo provò ad opporsi al volere della giovane, ma il suo animo era pigro e la sua integrità era stata già scalfita. Era disgustato dal suo corpo, dall’impulso incontrollabile. E, piangendo rabbiosamente, s’avventò sulla pelle di lei, baciandola e suggendone ogni millimetro.

Le lacrime si mescolavano all’eccitazione, il desiderio con la paura, l’ordine con il peccato. Ogni limite conosciuto moriva durante la notte, consumando e conquistando ogni volta un poco di libertà in più.

Edith era lì, nella soffitta dei due amanti fratelli. La bocca spalancata e gli occhi fissi su di loro.

“Solo un’ultima volta”, udì il sussurro della giovane. Lucille si mise a cavalcioni su di lui, sollevandosi la camicia da notte ed imponendosi con il suo corpo sulla volontà del fratello.

Iniziò a muoversi su di lui, stimolando l’erezione di Thomas, che con un braccio la rigirò prendendo il comando. Entrò dentro di lei e, ad ogni spinta, Lucille gemeva con più foga.

Edith era paralizzata, disgustata e tuttavia non riusciva a distogliere lo sguardo.

Ad un tratto avvertì lo scricchiolio familiare delle scale di Crimson Peak, alle sue spalle s’aprì la porta della soffitta. Delle urla confuse imperavano, Lucille e Thomas, spaventati, si girarono, ricoprendosi con le lenzuola.

L’anziana, che Edith riconobbe come la donna del ritratto nel grande salone, prese dai capelli la giovane e la costrinse in ginocchio sul pavimento, mentre Thomas piangeva e guardava impotente.
“Madre!”, implorò Lucille.
La donna prese a picchiare selvaggiamente col bastone la schiena della figlia, che in poco tempo si ricoprì di sangue e di ferite profonde. Edith notò che tuttavia la sua pelle era già solcata da tante e meno recenti cicatrici.
Quando la donna fu soddisfatta, spinse di lato la ragazza e richiamò il fratello.
Tremando, il piccolo Thomas si sedette nella stessa posizione di Lucille, chiuse gli occhi in attesa della punizione.
Ma prima di iniziare, la madre si rivolse alla sorella, “Guarda!”, urlò, ma ella continuò a fissare il pavimento. “Guarda quello che hai fatto!”, urlò ancora e la ragazza spostò un poco gli occhi sul ragazzo. La madre iniziò ad accanirsi con ancora più ferocia su di lui, colpendogli la schiena e le parti intime.
Li abbandonò sul pavimento ed uscì dalla camera, non prima di aver chiarito che quella sarebbe stata l’ultima notte che avrebbero passato nella stessa casa.
Per un tempo illimitato Edith restò lì in piedi, immobile, senza un pensiero, senza un’emozione, spoglia di qualsiasi sentimento umano.
Finchè Thomas alzò gli occhi.
Fissò Edith per dei lunghi minuti, come se riuscisse a vederla, come se implorasse il suo perdono. Come se chiedesse il suo aiuto. Ma non poteva vederla, giusto? Edith si rese conto che non doveva trovarsi lì, che era in un sogno. Lo era, no? Era come in un sogno.

Non si può tornare nel passato.
Non si può tornare indietro.
Non si può vedere.
Non si può camminare nel passato.

Lucille urlò improvvisamente, Edith riconobbe quali emozioni esplodevano nei suoi occhi. Con le ultime forze rimaste, si mise in piedi e corse fuori dalla camera. Edith rivolse un ultimo sguardo a Thomas, lui sibilò qualcosa, il suo nome, pensò. Ma non era possibile, non doveva pensare a queste cose, si stava solo suggestionando.
Lucille uscì nella tormenta, girò intorno alla dimora ed entrò nella stalla, dove Edith l’aveva vista da bambina. Prese una mannaia e ritornò in casa, salì nella camera della madre.

“Lucille, sei tu?”
“Sì, madre.”
Camminava lenta lungo il corridoio che portava al bagno della camera.
“Resta in camera tua”.
Edith non proseguì oltre, aveva intuito cosa stava per succedere. Udì la madre urlare e solo dopo pochi secondi vide Lucille trascinarsi verso il letto, con occhi iniettati di sangue. Si fermò all’improvviso, a metà del corridoio. Piegò di lato la testa ed Edith ebbe l’orrenda sensazione che Lucille la vedesse. Ma non poteva essere così. Era solo un sogno. Solo un sogno.
“Solo un sogno”, bisbigliò Edith.

Ma invece Lucille sollevò in aria la mannaia, urlando, e corse verso di lei, che istintivamente si coprì il volto con un braccio.

*Tratto da “Little talks”, artista: Of Monsters And Man

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