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A Crimson Dream – fan fiction sul film “Crimson Peak” (SEQUEL)

CAPITOLO 1 – Il risveglio

 

Buio.
Nessuna luce, nessuna.
Finalmente, il buio.
Non il buio di Allerdale Hall.
Il buio dolce, il sereno, il riposo.
Allerdale Hall.
Nessun ricordo
Solo il rosso.
Il rosso dell’argilla.
Colava dal coltello sulla pelle.
L’argilla.

E’ così dolce, adesso, il buio.
Così dolce.
Così dolce.
Una fitta, un dolore.
Dove?
Non da fuori.
Non dal corpo.
Da dove?
Dentro.

Il buio, così dolce, l’argilla, il coltello, Allerdale Hall: il sangue.

Edith aprì gli occhi e li richiuse subito, respingendo la luce. Ora ricordava, ora sapeva. Sopraffatta da mille domande e altrettante paure, decise di abbandonarsi nuovamente ad un sonno profondo. Ma non era questa la sua indole: non passarono che una manciata di minuti, che lei si risvegliò, sudata e spaventata.
Provava a controllare il respiro. Il dolore non si placava e, anzi, le pareva che il cuore le scoppiasse nel petto. Si ispezionò e scoprì di avere una gamba immobilizzata. Spostò il suo sguardo da se stessa alla stanza, si sentiva spaesata ma capì subito di trovarsi al sicuro.

“Al sicuro” era un’espressione curiosa per lei adesso. In effetti, desiderò di tornare a Crimson Peak. Lì si sarebbe sentita al sicuro davvero, a casa. Indugiò su questi pensieri per un po’, ispezionandosi anche lì, tra quei sentimenti corrotti, imbrattati, calpestati.

Si lascio ricadere sul letto, portò le mani sul viso ed iniziò a fare il punto della situazione.“Mio padre è morto…”, incominciò e subito s’interruppe.
Il solo fatto di dover affrontare la morte del padre richiedeva una forza d’animo che lei davvero non possedeva al momento. Aveva lasciato dietro di sé, in America, tante questioni in sospeso.
Così giovane, si convinse ingenuamente che quel lutto doloroso potesse essere superato fuggendo lontano.

Pianse, il primo pianto fu per l’uomo che le diede la vita. Si calmò e pianse di nuovo, per l’uomo che le tolse la vita. Ed era un pianto terribile e complesso, così se lo descrisse nella mente. Spesso tramutava in prosa la sua vita, come se fosse quella la sua opera migliore, ancora da scrivere. E queste due parole scelse per il pianto che dedicò a Thomas, terribile e complesso.
Era morto, l’uomo che amava era morto. Procedette a ritroso, pensò: “Mi ha tradito, l’ho visto con i miei occhi mentre stava lì, seduto sul letto con Lucille”.
“Tutte quelle donne morte, era già sposato e le ha uccise”.

Fu come se all’improvviso si fossero spiegati i suoi ricordi davanti agli occhi, come ali di un’aquila, come le tende al mattino, come un libro ricco di figure, rivide se stessa negli ultimi mesi e rabbrividì al pensiero di quanto era stata sciocca. Ma quei brividi, pieni di disgusto, stavano lì ad indicare altro e lei lo sapeva. Sapeva che non riusciva ad accettare l’idea che quell’uomo così delicato fosse un assassino.
Ripensò a quando il padre gli prese le mani e capì che lui aveva davvero intuito tutto di Thomas dopo una sola stretta di mano. Era delicato, Thomas. Continuò a ripetersi queste parole, rigettando con nausea l’immagine di lui tra le braccia della sorella. Non capiva se ciò che le provocava la nausea fosse l’incesto o la gelosia, ma questi pensieri le suscitarono un profondo senso di colpa: come poteva pensare a questo adesso?
Tutte quelle donne!
Il suo migliore amico brutalmente ferito, proprio da suo marito.
Ancora una fitta, profonda, universale: il dolore avvolgeva tutto, lei, i vivi, i morti, gli eventi, le sventure.
Sì, Thomas le aveva tolto la vita, le aveva tolto ogni cosa.

Provò a trovare una posizione più comoda nel letto, ma la gamba glielo impedì. Tirò su le lenzuola, fin sopra al naso e si riaddormentò con una certa incuranza di tutto il resto. In fondo era così, non le importava di niente adesso. No, neanche di Alan. Ancora una volta, quel fastidioso senso di colpa. Si giustificò pensando a tutto ciò che aveva e che avrebbe dovuto affrontare e lo ricacciò giù nella pancia.

Il sole filtrava attraverso la persiana, Edith corrugò la fronte e quando fu nuovamente padrona dei suoi occhi vide intorno a sé molte persone. Un paio di infermiere facevano avanti e indietro tra letto e carrello, sull’uscio della camera. Un medico brizzolato e due dottori più giovani leggevano con interesse quella che probabilmente era la sua cartella clinica. Si accorsero dopo poco che si era svegliata e il medico più anziano le disse: ”Signora Sharpe…”.
“Cushing”, corresse lei.
Le infermiere si bloccarono lì dov’erano e vide trasalire i dottori. Il medico inchinò leggermente la testa in segno di assenso. Con espressione seria continuò, mentre le infermiere ripresero con il loro andirivieni. “Signora Cushing, domani vi dimetteremo. La gamba è guarita, riceverete nel pomeriggio la visita del signor McMichael, per aiutarvi a ricordare e per illustrarvi la situazione.”
“Ricordo”, rispose lei e continuò: “Quanto tempo è passato?”.
“Un mese”, rispose il dottore, freddamente.
Il personale medico lasciò la stanza ed Edith attese con ansia il pomeriggio.

♦ ♦ ♦

Il giorno dopo, Alan ed Edith lasciarono l’ospedale di buon’ora. Lividi in volto, camminarono verso l’uscita senza proferire parola. Alan alzò appena il cappello per salutare l’uomo che li accompagnò all’uscita e si sistemarono in una comoda carrozza.
La sera prima parlarono fino a notte fonda. Le era tutto molto chiaro: a causa del veleno avrebbe dovuto assumere diversi farmaci per il resto della vita. Alan aveva perso molto sangue e comunque anche lui non si sarebbe ripreso del tutto mai più. Dopo un’accesa discussione, Edith riuscì a convincere Alan a passare da Crimson Peak prima di imbarcarsi per l’America. Il viaggio non fu molto lungo, ma l’attesa fu straziante e l’aria nella carrozza si caricò di tensione man mano che il tempo passava.

Arrivarono al villaggio verso sera, riposarono e al mattino raggiunsero Allerdale Hall. Per tutto il tempo Edith non faceva altro se non accantonare pensieri ed immagini di quella che una volta era la sua vita, ma quando scese dalla carrozza e calpestò la neve rosso cremisi che tanto la tormentava nei sogni non trovò più alcuna difesa. Nessuno lo notò, nemmeno Alan, in fondo non versò nemmeno una lacrima e fu estremamente grata al suo corpo per quella reazione inaspettata.
Varcò la soglia e una folata di vento gelido la risospinse verso il viale. Con più vigore e con l’aiuto di Alan entrò. Salì le scale, accarezzando il corrimano polveroso e, guardando in su, si diresse svelta verso la soffitta.
Nello studio di Thomas era rimasto tutto com’era. Colta da un’incomprensibile tenerezza, prese a raccogliere sul tavolo tutti gli oggetti più belli e che più gli ricordavano di lui. Aprì una valigia e li ripose uno ad uno avvolgendoli con pezzi di stoffa.
Scese in quella che era la loro camera matrimoniale. Ma era vuota. Si accorse solo a quel punto che era tutto spoglio e freddo, possibilmente più freddo di quanto non lo fosse stato in passato. Si girò e vide Alan, che comprese all’istante il suo sguardo.

“Dopo il nostro ricovero, le autorità hanno perquisito la casa e hanno sequestrato la maggior parte del mobilio e degli averi degli Sharpe. Entro la fine del mese, ti verrà restituito tutto”. Attese che una qualche emozione tradisse il viso di Edith, che tuttavia continuava a rimestare vecchie lenzuola con sufficienza. Si accorse del silenzio dell’amico e alzò gli occhi sorridendo appena. Era un sorriso gelido, che non le apparteneva ma Alan ricambiò, paziente. Era consapevole che Edith era stata messa duramente alla prova.
“Le tue cose sono già state spedite a Buffalo, le ritroverai una volta arrivata a casa”.
Di nuovo quella parola, casa.
Edith si fermò e poi rapidamente voltò lo sguardo verso il soffitto.
Odiava Crimson Peak. E odiava Thomas. Ma non riusciva a non sentirsi a casa circondata da quei muri e non riusciva a smettere di tormentarsi per la morte di suo marito.
Scopriva attimo dopo attimo le sfumature che si accompagnavo a quell’odio profondo. Il sentirsi a casa si tramutava in terrore e il tormento lasciava spazio ad un’insensata gelosia.

Percorse con lo sguardo il soffitto riccamente decorato e diresse lo sguardo verso la finestra, fissò il campo innevato e un corvo che planava. Il freddo si fece pungente e le si blocco il respiro, vide una sagoma spostarsi nell’ombra dietro di lei. Urlò e girandosi vide uno strascico nero sparire dietro la porta del bagno. Alan si avvicinò a lei per sorreggerla, parve non essersi accorto di nulla. Lei lo allontanò, irrigidita. Passarono velocissimi alcuni secondi, prese al volo la valigia, il braccio di Alan e corse giù per le scale, sentiva il cuore battere violentemente nel petto e avvertì un cieco dolore alla gamba, che era rimasta immobilizzata a lungo.
Si appoggiò ad Alan, che nel frattempo le parlava, le chiedeva spiegazioni: “Aspetta Edith, spiegami, ti prego”.
Ma Edith era molto lontana da lui adesso ed era molto vicina ai resti delle vite che abitarono quella casa e che si consumavano nell’oscurità.

Arrivarono all’ingresso.
Udì il suono di un tasto del pianoforte.
Ancora una volta, istintivamente si girò. Tese appena il braccio, come in un secondo addio.
Questo, se possibile, più struggente del primo.

Corse senza indugio verso la carrozza. La sera seguente si imbarcarono per Buffalo.

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