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A Crimson Dream – Cap.6 (fan fiction su Crimson Peak)

CAPITOLO 6 – La medium

“Perchè anche se la verità si trasforma
Questa nave porterà i nostri corpi in salvo sulla riva” *

Il buio della notte sfumava lentamente in un tiepido celeste. Le strade di Buffalo, deserte, erano umide di pioggia. Agli angoli delle vie facevano capolino gli accenditori, accompagnati dal fragore delle ruote dei carri dei contadini, che di buon’ora si recavano al mercato.
I gabbiani volteggiavano tra i palazzi, planavano sul porto per poi risalire su qualche cornicione per consumare le prede.
Qualsiasi uomo, scostando appena le tende, non avrebbe potuto far altro che ammirare l’evanescente energia che la città, viva e presente, emanava di buon mattino.
Ma Edith non aveva tempo per guardare fuori dalla finestra.
Si era appena svegliata da quell’incubo, che subito si accorse della profonda ferita sul braccio. Non dovevano ritrovarla in quello stato, non dopo tutto quello che era successo in quei mesi. Chi avrebbe creduto, a quel punto, alle sue parole? Che non si era procurata da sola quel taglio?
Freneticamente, prese un pezzo di stoffa da uno dei cassetti per tamponare il braccio e scivolò, silenziosa, nel bagno più vicino. Eseguì meccanicamente gli stessi movimenti che vide fare ad Alan una volta, quando suo padre cadde da una scala, disinfettando così la ferita.
Per sua fortuna, non era molto profonda e in poco tempo il sangue coagulò.
Una volta ritornata in camera, tolse le lenzuola insanguinate e, con del sapone che aveva rimediato prima, iniziò a strofinare il tessuto.
Quando le domestiche entrarono nella sua stanza per svegliarla, la trovarono distesa sul letto sfatto. La giovane avanzò una qualche scusa e loro, abituate alle stranezze della ragazza, non fecero domande.
Fu solo dopo colazione che Edith ebbe finalmente qualche minuto per riflettere su ciò che era accaduto.
Si odiava per essere stata così molle ed emotiva, era il fantasma di sé stessa e, per di più, era anche meno consistente dei fantasmi che popolavano i suoi incubi.
Sempre che si trattassero di fantasmi. Sempre che i fantasmi potessero ferire qualcuno in sogno.
O forse era lei il fantasma, forse lei era destinata a viaggiare, incorporea, tra i mondi e le dimensioni.
Comunque, non era il caso di rimanere confinata nei suoi pensieri. Non era così che immaginava la sua vita ma, soprattutto, non auspicava questo per se stessa. Aveva le sembianze delle donne che prendeva in giro qualche anno fa.
Lei, così forte, vittima di uno dei più classici inganni.
Indipendente, sposa confinata in una terra sperduta.
Innamorata, tradita ogni notte, nel silenzio della sua casa.
E poi le morti, il sangue, il ritorno, i pettegolezzi, i fantasmi, gli incubi, il sonno. Gli incubi.
Quand’è che era diventata così lamentevole?
Rigirò tra le mani un piccolo foglietto, indecisa sul da farsi. Verso sera, ancora un poco esitante, si diresse verso il centro della città.
Le case più centrali erano anche le più vecchie, costruite a inizio 800’ e perciò già segnate dal tempo. I palazzi erano meno imponenti e poco curati, si accostavano senza pudore l’uno all’altro e le strade si assottigliavano man mano che ci si incamminava nelle sue viscere.
Edith, avvolta in un soprabito spartano, si rintanava nel calore del tessuto. Camminava, vigile, ai bordi delle vie, ritirandosi dentro ad una qualche stradina secondaria, non appena udiva passi sconosciuti venirle incontro. Si fermò davanti ad una delle casupole e bussò su una porta fatiscente.
Una vecchia comparve sull’uscio. Edith le si buttò al collo e l’anziana donna ricambiò immediatamente l’abbraccio.
“Margaret!”, sussurrò al suo orecchio con dolcezza.
Una volta separate, Edith notò l’olezzo che proveniva dalla casa, ma si costrinse a non storcere il naso ed entrò nella povera dimora.
Margaret Byrne, la veggente che suo padre le presentò quando era solo una bambina. La medium che, in pochi incontri, la rasserenò e le spiegò ogni cosa del suo dono. E la giovane tornava nuovamente da lei, con nuove ed angoscianti domande. Chi, se non la signora Byrne, avrebbe potuto avere delle ottime risposte?
L’anziana donna accese una lampada ad olio, la luce esitò su mobili in legno pregiato, ormai consunti e traballanti.
Edith ripose su una sedia il suo soprabito ed iniziò a raccontare alla medium ogni cosa che le era accaduta in quegli anni.
Ogni tanto, soprattutto durante la descrizione dei momenti più cruenti o assurdi, la giovane rivolgeva il suo sguardo verso l’indovina, che rimase tuttavia impassibile per tutto il tempo del racconto. Edith se ne sentì confortata, ma evitò ugualmente di parlare degli eventi dell’ultima notte. Insomma, persino per lei era assurdo pensare di essere in grado di viaggiare nel tempo.
“E’ tutto?”
“Sì”, rispose Edith, un poco insicura. Scoprì dagli occhi della vecchia, che non riusciva ancora a mentire in modo credibile.
“Va bene così, non serve che tu mi dica tutto adesso.”
“Cosa devo fare?”
“Oh, tu non devi fare nulla. E’ più utile sapere dove vuoi arrivare.”
“Io…non lo so”, mentì. Edith sapeva perfettamente cosa desiderava: tornare indietro, salvare il marito o amarlo almeno un’altra volta, con la consapevolezza che il “per sempre” sarebbe durato un attimo appena. Ma in realtà, non era molto convinta dei suoi desideri, fino ad ora l’avevano tradita. In più, anche se non conosceva fino in fondo i rischi che accompagnavano il suo dono, si rendeva conto che era tanto innaturale da non portare nulla di buono. Così continuo: “Vorrei poter controllare i miei sogni, cioè decidere io quando…viaggiare. E poi, vorrei conoscere ciò che il mio dono comporta, vorrei usarlo nel modo giusto. Ma che ne so, che ne so se esiste un modo giusto e uno sbagliato?”
Farfugliava e rideva, non riuscendo a comprendere le sue stesse parole. Anche la vecchia sorrideva, le porse una tazza con una calda tisana e riprese a parlare.
“Cara bambina mia, non preoccuparti, bevi questa e vai a casa, domani torna da me sempre verso la stessa ora.”
Le donò una collana, per proteggerla dagli incubi, le disse.
Edith esitò nell’accettarla, in fondo gli incubi erano l’unico modo che conosceva per rivedere Thomas.

 

*Tratto da “Little talks”, artista: Of Monsters And Man*

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